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23 gennaio 2011

Due voci sullo sconcerto che chiamano in causa l'Italia malata



ovvero ... il 
BORDELLO ITALIA



Sono la riflessione a voce alta di Felice Lima, un giudice che vive e amministra la giustizia in terra di mafia, e quella di Claudio Fava, politico e giornalista che in quella terra si è formato e vissuto, come suo padre, combattendo la mafia e il malcostume.
Ambedue le analisi portano alla conclusione ragionata che, per essere arrivati, come italiani, al punto in cui siamo, è l'Italia che si è prostituita al signore di Arcore. E se lui, forse, pagherà il suo conto con la legge, sarà più difficile per noi riacquistare la nostra onorabilità nel consesso delle nazioni.
Oso sperare che la maggior parte degli italiani appartanga alle prime due categorie prese in esame dal giudice, e che la maggior parte dei padri e delle madri di questo paese non assomigli ai padri e alle madri delle fanciulle in fiore, ospiti ben remunerate del bordello nazionale ad uso personale dell'utilizzatore finale.

L'inevitabile punizione della Storia di Felice Lima

Io e mia moglie siamo entrambi magistrati e prestiamo il nostro servizio da venticinque anni in Sicilia.
In passato accadeva che solo negli ambienti più torbidi del malaffare e della criminalità più odiosa i magistrati (e dunque anche noi) venissimo apostrofati con espressioni ingiuriose – tipo “sbirro”, “curnutu”, e altre – da chi, essendo un criminale, ci teneva a marcare una differenza per così dire ontologica con chi, nel suo universo di riferimento, serviva il nemico: cioè, lo Stato.
E tuttavia, anche questi criminali e anche i peggiori di loro pronunciavano le ingiurie solo quando parlavano fra loro o in ambienti in cui fosse condiviso il loro sistema diciamo così valoriale.
Perché in qualunque altro posto diverso da una suburra anche i più squallidi ceffi si riferivano ai giudici con un rispetto formale magari insincero ma consapevole del fatto che il vivere in una società vagamente civile o almeno aspirante civile o, come direbbe Cetto, qualunquemente civile, impone di fingere un certo almeno minimo rispetto per lo Stato.

Da alcuni anni a questa parte, invece, il linguaggio tipico dei più squallidi ceffi delle peggiori suburre è in uso al Capo del Governo e va in onda su tutti i mezzi di comunicazione in tutti gli orari e a preferenza in quelli di punta sulle televisioni generaliste.
Dunque, io e mia moglie ci troviamo costretti a vietare l’uso della televisione – e sommamente negli orari dei vari telegiornali – ai nostri figli adolescenti, per evitare che le loro anime semplici risultino disorientate su una delle idee che i genitori in qualche modo gli hanno inculcato: che i magistrati sono al servizio dello Stato e svolgono un lavoro onorato.
Né sarebbe sensato smentire il Presidente del Consiglio dinanzi ai nostri figli, perché sembra evidente che, se il Presidente del Consiglio, al pari di qualunque incallito criminale, dice che i magistrati sono nemici dello Stato, ogni persona semplice sarà indotta a pensare che non si possa sfuggire all’alternativa consistente nel fatto che, se il Presidente del Consiglio avesse ragione, i magistrati sarebbero davvero l’antistato, ma, se avesse torto, allora senza dubbio l’antistato sarebbe lui. Ed è difficile dire quale delle due alternative sia la peggiore.

Ciò detto, per manifestare una certa – credo legittima – indignazione per ciò che è accaduto e ancora accade, riflettevo ieri sul fatto che un uomo normale è soggetto, nel suo agire, a vari condizionamenti e a diversi freni inibitori, la cui varia efficacia dipende dalle qualità intellettuali e morali della persona.
Dinanzi alla profferta di qualcosa di disonorevole, l’uomo di animo nobile rifiuterà perché ciò che gli si propone non è giusto. L’uomo moralmente depravato rifiuterà per timore della sanzione penale. Infine, l’uomo depravato e indifferente alle sanzioni giuridiche rifiuterà per istinto di conservazione quando l’interlocutore non dia garanzie di reggere la necessaria complicità.
Dunque, nessun malavitoso psicologicamente equilibrato accetterebbe proposte criminali da chi si offrisse come complice senza dare le necessarie garanzie di tenuta. Tanto per dire, nessun lestofante compos sui farebbe accordi con una diciottenne, perché avrebbe la lucidità di rendersi conto che, anche se poi le dicesse: “Ti copro d’oro purché tu taccia”, non sarebbe affatto certo che lei tacesse.

Scoprire che il presidente del Consiglio ha instaurato con una prostituta minorenne un tipo di relazione tale da consentire alla prostituta minorenne di fargli telefonare direttamente mentre è intento in impegni di Stato all’estero (in Francia) per chiedergli di intervenire presso una Questura per farla liberare e che il Presidente del Consiglio ha ritenuto di telefonare direttamente alla Questura chiedendo la liberazione della ragazza, aggiungendo all’inqualificabilità del suo comportamento anche la assurda menzogna di spacciare la prostituta per la nipote di un capo di stato estero (Mubarak) è veramente sconcertante, perché colloca il Presidente del Consiglio in una catalogazione ulteriore e inferiore rispetto ai tre tipi umani sopra illustrati.

L’esistenza di un tipo umano come questo – indifferente ai precetti morali, indifferente ai precetti della legge e indifferente all’evidenza del rischio di un ricatto, prima, e di una svergognatura mondiale, poi, da parte della inverosimile complice prostituta minorenne – è possibile solo in presenza di una condizione psicologica molto gravemente compromessa, ma anche, purtroppo, a una particolare condizione della vita politica, civile e sociale del paese ospitante. Ed è questo che vorrei sottolineare.

In un paese normale, chi si proponga per servire lo Stato, comprende come ovvio il suo dovere di adeguare se stesso alle esigenze del servizio.
Dunque, chi, per esempio, si dedichi a fare il magistrato, comprende da subito di dovere smettere di frequentare – ove mai gli fosse capitato in precedenza di farlo – persone di malaffare, gente coinvolta in crimini e maggiormente in crimini orribili perché connessi a fatti di mafia e/o ad abuso di funzioni pubbliche.
Il caso del nostro presidente del Consiglio e dei suoi sodali da lui collocati nei vari ruoli funzionali alle sue esigenze (direzioni di telegiornali, Consigli Regionali, Parlamento della Repubblica) si caratterizza per il fatto che questi pensano che è lo Stato che, se vuole essere servito da questo “utilizzatore abituale”, deve adeguare le sue leggi alle esigenze dell’utilizzatore.

Dunque, da più di quindici anni, assisto da magistrato al costante mutare delle leggi del mio Paese per adeguarle alle esigenze di una persona che non considera sé stesso onorato dall’incarico ottenuto, ma il Paese beneficiato dal fatto che lui, fra una lap dance di una minorenne e dei consigli sull’autoerotismo da lui dati ad altra prostituta (in quel caso per fortuna almeno maggiorenne: la signora D’Addario, che ha registrato questi preziosi suggerimenti mentre gli venivano dati da Capo del nostro Governo e rappresentante del nostro Paese), dedica un po’ del suo tempo a occuparsi delle cose dello Stato. Senza trascurare, ovviamente, di coltivare il più possibile, nella gestione di quelle, i suoi affari personali.

Il Popolo Italiano ha ritenuto possibile violentare per anni la verità e la giustizia per portare avanti un patto scellerato con una persona che, in cambio della palesemente vana promessa di sogni sempre più mirabolanti per un avvenire radioso e sempre più “futuro”, giorno per giorno esige e ottiene da ogni tipo di cittadino, operaio, professionista, essere umano e, soprattutto, istituzione favori sempre più impegnativi e insostenibili e sempre più deplorevoli e illegali, per soddisfare la sua fame di denaro, di gloria e di sesso.

Applicando l’analisi fatta sopra ai popoli, si deve dire che, dinanzi alla profferta di un millantatore che, in cambio di vane promesse, chiede la consegna di tutto intero lo Stato, delle sue istituzioni e della sua intrinseca dignità, un popolo ricco di valori morali rifiuta perché la cosa è moralmente inaccettabile. Un popolo rispettoso delle leggi rifiuta perché la costituzione non lo consente. Un popolo depravato e irrispettoso di ogni tipo di legge rifiuta perché si rende conto di trovarsi dinanzi a un truffatore bravo solo a fare il piazzista/imbonitore.
Il popolo italiano – come il Capo del suo Governo – appartiene a un quarto tipo inferiore e peggiore rispetto ai tre appena descritti. Lo spettacolo che è sotto gli occhi di tutti e, purtroppo, di tutto il mondo, è l’inizio della punizione che la storia – come ha sempre fatto in tutti i tempi – sta iniziando a dare a un popolo tanto scellerato. E il paradosso è che tutto ciò che è già sotto gli occhi di tutto non è che una piccolissima parte di ciò che, continuando a trattare così lo Stato e le sue istituzioni, ci toccherà di subire e vedere.

Quanto alla logica che sta dietro alla capacità di un capo di governo di mentire tanto spudoratamente in pubblico su ogni cosa che lo riguarda, essa è certamente quella illustrata da Adolf Hitler nel suo Mein Kampf: “La Grande Bugia è una bugia così enorme da far credere alla gente che nessuno potrebbe avere l’impudenza di distorcere la verità in modo così infame”.
Ma la tesi non è fondata: perché si creda a bugie tanto squallide e vergognose non è necessario che esse siano “grandi”; è necessario che siano dette a un popolo che, per ragioni meschine e disonorevoli, è disposto a fingere di credere a tutto.

La tragedia epocale di questo Paese non è nel fatto che il Capo del suo Governo sia una persona impresentabile e improponibile, amico intimo e frequentatore abituale di persone che vanno dai Previti (condannato con sentenza definitiva per crimini più che deplorevoli), ai Dell’Utri (condannato in primo e secondo grado per fatti di mafia), alle D’Addario, Ruby, Minetti, Mora, Mangano e altre decine e decine, che in qualunque altro paese non avrebbero non il telefono, ma neppure l’indirizzo di un Capo di Stato, ma nel fatto che l’intero Paese ha costantemente e sistematicamente ridotto se stesso, le sue istituzioni, le sue leggi, le sue strutture culturali, politiche e sociali a una condizione nella quale ciò che sta accadendo può materialmente accadere. Fonte: Blog Uguale per tutti

Il silenzio dei padri per le notti di Arcore di Claudio Fava 
Non solo il cavaliere, non solo le ragazzine, non solo le maitresse e gli adulatori, non solo gli amici travestiti da maggiordomi, le procacciatrici di sesso, i dischi di Apicella e la lap dance in cantina: in questa storia da basso impero ci sono anche i padri. E sono l’evocazione più sfrontata, più malinconica di cosa sia rimasto dell’Italia ai tempi di Berlusconi. I padri che amministrano le figlie, che le introducono alla corte del drago, le istruiscono, le accompagnano all’imbocco della notte. I padri che chiedono meticoloso conto e ragione delle loro performance, che si lagnano perché la nomination del Berlusca le ha escluse, che chiedono a quelle loro figlie di non sfigurare, di impegnarsi di più a letto, di meritarsi i favori del vecchio sultano. I padri un po’ prosseneti, un po’ procuratori che smanacciano la vita di quelle ragazze come se fossero biglietti della lotteria e si aggrappano alle fregole del capo del governo come si farebbe con la leva di una slot machine…

Insomma questi padri ci sono, esistono, li abbiamo sentiti sospirare in attesa del verdetto, abbiamo letto nei verbali delle intercettazioni i loro pensieri, li abbiamo sentiti ragionare di arricchimenti e di case e di esistenze cambiate in cambio di una sveltina delle loro figlie con un uomo di settantaquattro anni: sono loro, più del drago, più delle sue ancelle, i veri sconfitti di questa storia. Perché con loro, con i padri, viene meno l’ultimo tassello di italianissima normalità, con loro tutto assume definitivamente un prezzo, una convenienza, un’opportunità.

Ecco perché accanto ai dieci milioni di firme contro Berlusconi andrebbero raccolti altri dieci milioni di firme contro noi italiani. Quelle notti ad Arcore sono lo specchio del paese. Di ragazzine invecchiate in fretta e di padri ottusi e contenti. Convinti che per le loro figlie, grande fratello o grande bordello, l’importante sia essere scelte, essere annusate, essere comprate. Dici: colpa della periferia, della televisione, della povertà che pesa come un cilicio, della ricchezza di pochi che offende come uno sputo e autorizza pensieri impuri. Balle. Bernardo Viola, voi non vi ricordate chi sia stato. Ve lo racconto io. Era il padre di Franca Viola, la ragazzina di diciassette anni di Alcamo che, a metà degli anni sessanta, fu rapita per ordine del suo corteggiatore respinto, tenuta prigioniera per una settimana in un casolare di campagna e a lungo violentata. Era un preludio alle nozze, nell’Italia e nel codice penale di quei tempi. Se ti piaceva una ragazza, e tu a quella ragazza non piacevi, avevi due strade: o ti rassegnavi o te la prendevi. La sequestravi, la stupravi, la sposavi. Secondo le leggi dell’epoca, il matrimonio sanava ogni reato: era l’amore che trionfava, era il senso buono della famiglia e pazienza se per arrivarci dovevi passare sul corpo e sulla dignità di una donna.

A Franca Viola fu riservato lo stesso trattamento. Lui, Filippo Melodia, un picciotto di paese, ricco e figlio di gente dal cognome pesante, aveva offerto in dote a Franca la spider, la terra e il rispetto degli amici. Tutto quello che una ragazza di paese poteva desiderare da un uomo e da un matrimonio nella Sicilia degli anni sessanta. E quando Franca gli disse di no, lui se l’andò a prendere, com’era costume dei tempi. Solo che Franca gli disse di no anche dopo, glielo disse quando fece arrestare lui e i suoi amici, glielo urlò il giorno della sentenza, quando Filippo si sentì condannare a dodici anni di galera.

Il costume morale e sessuale dell’Italia cominciò a cambiare quel giorno, cambiò anche il codice penale, venne cancellato il diritto di rapire e violentare all’ombra di un matrimonio riparatore. Fu per il coraggio di quella ragazzina siciliana. E per suo padre: Bernardo, appunto. Un contadino semianalfabeta, cresciuto a pane e fame zappando la terra degli altri. Gli tagliarono gli alberi, gli ammazzarono le bestie, gli tolsero il lavoro: convinci tua figlia a sposarsi, gli fecero sapere. E lui invece la convinse a tener duro, a denunziare, a pretendere il rispetto della verità. Tu gli metti una mano e io gliene metto altre cento, disse Bernardo a sua figlia Franca. Atto d’amore, più che di coraggio. Era povero, Bernardo, più povero dei padri di alcune squinzie di Arcore, quelli che s’informano se le loro figlie sono state prescelte per il letto del drago. Ma forse era solo un’altra Italia. Fonte: l'Unità

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