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Dedicato a quei pochi che non hanno perso, nella babele generale, la capacità e la voglia di riflettere e ragionare.
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13 novembre 2017

Renzi – Berlusconi: breve storia di due destini incrociati

Dopo più di venti anni dalla sua prima comparsa in politica, il Cavaliere torna fresco e splendente sul suo cavallo bianco, scortato da due sorridenti palafrenieri mentre il suo giovane emulo, il povero Matteo, è costretto a chiedere aiuto senza più veti ai tanti compagni che pensava di avere rottamato. 

Certo che il destino talvolta è strano! Chi avrebbe scommesso, dopo l’esito deludente dei suoi precedenti governi, dopo tutto quello che si è detto e scritto sulle sue malefatte pubbliche e private, che l’uomo di Arcore potesse tornare alla ribalta della scena politica alla veneranda età di ottantun anni?
Chi avrebbe mai pensato che la parabola del giovane rottamatore di Rignano si potesse concludere tanto repentinamente?

Tant’è! Berlusconi torna al centro della vita politica riproponendo il solito tridente con al centro i suoi soliti aficionados forzitalioti, supportati al Nord dalla solita Lega, gestione riveduta e corretta di Salvini, al Centro-Sud dagli eredi di AN, decodificata e reinterpretata nell’aggiornamento Meloni. 

Il ritornello è sempre quello: meno tasse, meno Stato, grandi opere, tipo Ponte sullo Stretto. Nemico da abbattere non più i comunisti, ormai fuori gioco, ma il pauperismo predicato dai 5 stelle, la loro incompetenza amministrativa e di governo. 
Ma non voglio parlare di lui (questo blog ne ha raccontato fatti e misfatti fino alla caduta nel novembre 2011). 

Voglio parlare, invece, della parabola del rottamatore. Dopo aver scalato il Partito democratico e avervi insediato il suo gruppo fidato, ha avviato il suo progetto inteso ad acquisire i voti di un centrodestra in grande affanno dopo la condanna del proprio leader. Con una serie di interventi a sostegno della grande finanza e dell’imprenditoria rampante, con l’attacco ai sindacati e ai diritti dei lavoratori, ha ricevuto il plauso di quella destra che pensava di inglobare in quello che definì il partito della nazione. Il bonus degli 80 euro distribuito a pioggia a quanti non raggiungevano il salario di 1500 euro (esclusi disoccupati e incapienti) gli permise di ottenere il 40% dei consensi alle europee del 2014. Da quel momento cominciò a montarsi la testa mostrando una grande fretta nella realizzazione delle riforme eterodirette, ponendosi come l’uomo solo al comando e attivando una comunicazione piuttosto guascona, atteggiamenti assolutamente inediti nella tradizione del PD. Considerando assolutamente marginale e non meritevole di attenzione l’opposizione interna che, a suo dire, gufava per impedire la realizzazione delle magnifiche sorti e progressive, ne favorì la graduale fuoriuscita dal partito per avere campo libero, senza zavorre, nella realizzazione del suo sogno di cui sopra. Da quel momento sono iniziati i risultati deludenti e le sconfitte a tutte le consultazioni elettorali perché con i deputati cominciavano a lasciare il partito sindaci, amministratori locali e parte dell’elettorato sempre più frastornato per riforme come la buona scuola, il jobs act ecc. 

Ma il momento clou del suo declino lo segnò l’esito del referendum costituzionale del 4 Dicembre scorso e, successivamente, la parziale bocciatura da parte della Consulta della riforma elettorale che avrebbe dovuto essere il coronamento dell’opera. Sul Referendum si buttò sconsideratamente, lancia in resta - qui si fa l’Italia o si muore - usando tutti i mezzi, più o meno leciti, per quel SI che lo avrebbe incoronato dominus dell’Italia per parecchi decenni. Ma l’aggregarsi contro il suo PD di tutte le forze parlamentari, di tanti costituzionalisti critici sulla riforma, di un’opinione pubblica timorosa e preoccupata per lo stravolgimento della Carta operato attraverso una riforma fatta passare con voto di fiducia, ne decretarono il fallimento per 60% a 40%.
Lui si dimise da Presidente del Consiglio passando la mano al fidato Gentiloni, mantenendo quasi per intero la rappresentanza PD in Consiglio, compresa la Responsabile delle riforme passata ad altro incarico, e tenendo per sé la Segreteria del Partito. Lo stile diverso del nuovo premier durante l’anno in corso ha fornito a quest’ultimo riconoscimenti e stima creando preoccupazione nel Segretario che sentiva minacciata la sua leadership. Il conflitto maggiore c’è stato all'atto del rinnovo della carica al Governatore della Banca d’Italia e in occasione del voto sulla nuova, pessima riforma elettorale, sulla quale il governo ha dovuto imporre la questione di fiducia. 


Questo, secondo me, rappresenta l’apice del cupio dissolvi renziano. La Riforma elettorale, detta anche Rosatellum 2.0, fortemente voluta dal Pd e sostenuta da una destra rampante in attesa di rivincita, non garantisce agli elettori libertà di scelta e neanche governabilità, favorisce le alleanze prima e dopo le elezioni e sembra avere due obiettivi sicuri: tenere fuori dai giochi chi non intende coalizzarsi (vedi 5 stelle) e predeterminare la possibile grande coalizione Berlusconi - Renzi a esito elettorale raggiunto. 
Ma il risultato elettorale in Sicilia mostra come il tridente della destra riunita vinca a man bassa, il Movimento 5 stelle, pur con ottima performance, debba accontentarsi di un piazzamento d’onore mentre il cosiddetto centro-sinistra esca spaccato e con le ossa rotte.

Davanti a tanta debacle, consapevoli solo ora degli effetti disastrosi per le prossime politiche della legge costituzionale appena approvata, i piddini cercano di correre ai ripari, pronti a reimbarcare i transfughi senza condizioni e senza veti. A me sembra veramente troppo tardi. E’ ora che nasca dal basso una sinistra credibile che recuperi i suoi valori originali, che non pensi a giochi tattici per le prossime elezioni ma si impegni a rappresentare in tutte le sedi i problemi, i sogni e le speranze di un popolo di sinistra alla diaspora. Mi auguro che questa sinistra, ormai fuori dal Pd, riscopra la propria anima unitaria e torni ad essere credibile. 
Allo stato attuale, siccome il PD di Renzi sembra coincidere sempre più con il suo giglio magico con qualche fogliolina di contorno, c'è da prevedere che la prossima consultazione elettorale vedrà in campo, in uno scontro epocale, il vecchio che più vecchio non si può, già sperimentato per troppi anni al governo del paese, e il nuovo che ha dato solo prove marginali. 
Sembra difficile stabilire chi vincerà, ancora più difficile capire chi andrà a governare questo Paese martoriato e tragicamente senza futuro. 

Ecco la risposta da sinistra ad un Pd che sente di essere giunto al terminale 
Tutto questo agitarsi nel Pd per costruire una coalizione con la sinistra, solo ora, quando si rende palese la loro futura sconfitta è davvero penoso. Sono passati cinque lunghi anni in cui in tutti i modi abbiamo chiesto al governo di fare qualcosa di utile per i più deboli, per i precari, per l’ambiente di questo nostro paese. La risposta era sempre la stessa: va tutto bene così. Emendamenti sempre bocciati, proposte di legge ignorate, insulti quotidiani.
E ora che quasi nulla, in così tanto tempo, è stato fatto per la nostra gente; e ora che così tanto è stato fatto per assicurazioni, banche, grandi poteri economici, secondo loro noi dovremmo fare una coalizione per salvare i loro seggi nei collegi. Siamo quasi all'offesa, nel senso che si offende l’intelligenza della sinistra e degli elettori.
Al Ministro Orlando che dice che senza un’alleanza a sinistra il Pd perderebbe la sua missione, vorrei poter dire che quella missione non è solo già smarrita, ma è completamente fallita. È fallita con questi dieci anni di crisi, in cui il Pd si è progressivamente sempre più spostato dalla parte di interessi diversi da quelli del bene comune.
Ora game over. Noi giochiamo un’altra partita e con un’altra missione, ricostruire una sinistra popolare per riconquistare quei diritti e quelle libertà negati da un mercato senza regole, senza i quali, come si vede, l’Italia diventa ogni giorno un paese peggiore.
Elisabetta Piccolotti




Perché la Sinistra deve stare ferma un giro


Come funziona il Rosatellum

19 ottobre 2017

Le coincidenze

Fino a qualche settimana fa nutrivo il serio proposito di non andare a votare, sia per la prova deludente offerta dai governi della Regione Sicilia la cui autonomia è servita a costituire caste insopportabili di privilegiati e moltitudini di clienti, sia per l'ignobile legge elettorale che il Parlamento si accinge a propinarci, intesa a favorire le grandi ammucchiate falsando ingannevolmente l'intenzione dell'elettore.
Poi una giovane docente, che sta facendo con i suoi allievi una ricerca sulla libertà di pensiero, mi ha richiesto la traduzione del pamphlet di Stéphan Hessel Indignatevi! che avevo pubblicato in un post di questo blog. Con piacere gliel'ho fornito e rileggendolo ho trovato tutti i motivi per indignarsi e qualche stimolo ad impegnarsi. 
Ho deciso, perciò, che continuerò a votare selezionando, fior da fiore, formazione politica e candidati (pochi, per la verità) che hanno dimostrato con la loro coerenza e onestà di voler impegnarsi per garantire equità e giustizia sociale, combattendo abusi, corruzione e criminalità organizzata. 

Successivamente ho scoperto che domani corre il 1° centenario della nascita dell'illustre diplomatico. Allora ho deciso di dedicargli questo post ripubblicando la mia traduzione di Indignatevi! opportunamente revisionata, assieme ad una nota bibliografica sull'autore.


INDIGNATEVI!  di Stéphane Hessel 
Indignatevi! 93 anni. È un po' l'ultima tappa. La fine non è più lontana. Quale fortuna potere approfittare per ricordare ciò che è servito di zoccolo al mio impegno politico: gli anni della resistenza ed il programma elaborato sessantasei anni fa per il Consiglio Nazionale della Resistenza! Dobbiamo a Jean Moulin, nella cornice di quel Consiglio, la riunione di tutti i componenti della Francia occupata, i movimenti, i partiti, i sindacati, per proclamare la loro adesione alla Francia combattente ed al solo capo che si riconosceva: il Generale de Gaulle. Da Londra, dove lo avevo raggiunto nel marzo 1941, apprendevo che questo Consiglio aveva messo a punto un programma, l'aveva adottato il 15 marzo 1944 e proposto per la Francia liberata un insieme di principi e di valori sui quali sarebbe stata riposta la democrazia moderna del nostro paese.
Di questi principi e di questi valori, abbiamo oggi più che mai bisogno. Dobbiamo badare tutti insieme che la nostra società resti una società di cui possiamo essere fieri: non questa società dei clandestini, delle espulsioni, dei sospetti al riguardo degli immigrati, non questa società dove si rimettono in discussione le pensioni, le conquiste della Sicurezza sociale, non questa società dove i media sono nelle mani dei benestanti, tutte cose che avremmo negato di garantire se fossimo stati i veri eredi del Consiglio Nazionale della Resistenza.
A partire dal 1945, dopo un dramma atroce, le forze presenti in seno al Consiglio della Resistenza si dedicano ad una ambiziosa risurrezione. Ricordiamolo, allora fu creata la Sicurezza sociale come la Resistenza la prefigurava, come il suo programma la definiva: “Un piano completo di Sicurezza sociale, mirante ad assicurare a tutti i cittadini i mezzi di sussistenza, in tutti i casi in cui sono incapaci di procurarseli con il lavoro”; “Una pensione che permetta ai vecchi lavoratori di finire dignitosamente i loro giorni”. Le fonti energetiche, l'elettricità e il gas, le miniere di carbone, le grandi banche sono nazionalizzate. È ciò che questo programma raccomandava ancora: “il ritorno alla nazione dei grandi mezzi di produzione monopolizzata, frutto del lavoro comune, delle sorgenti di energia, delle ricchezze del sottosuolo, delle compagnie di assicurazione e delle grandi banche”; “L'instaurazione di una vera democrazia economica e sociale, implica l'esclusione dei grandi feudi economici e finanziari dalla direzione dell'economia".
L’interesse generale deve prevalere sull'interesse particolare, l’equa distribuzione delle ricchezze create dal mondo del lavoro prevalere sul potere del denaro. La Resistenza propose “un'organizzazione razionale dell'economia che assicuri la subordinazione degli interessi particolari all’interesse generale, affrancata dalla dittatura professionale instaurata sull’esempio degli Stati fascisti”; ed il Governo provvisorio della Repubblica se ne fece portavoce.
Una vera democrazia ha bisogno di una stampa indipendente; la Resistenza lo sa, lo esige, difendendo “la libertà della stampa, il suo onore e la sua indipendenza rispetto allo Stato, al potere del denaro e alle influenze straniere”. Questo è ciò che riferiscono ancora le ordinanze sulla stampa, fin da 1944. Ora è proprio questo che oggi è in pericolo.
La Resistenza ci chiamava alla “possibilità effettiva per tutti i bambini francesi di beneficiare dell'istruzione più avanzata”, senza discriminazione; ora, le riforme proposte nel 2008 vanno contro questo progetto. Dei giovani insegnanti di cui sostengo l'azione, si sono rifiutati di applicarle ed hanno visto i loro stipendi mutilati per punizione. Si sono indignati, hanno “disubbidito", hanno giudicato queste riforme troppo lontane dall'ideale della scuola repubblicana, troppo al servizio di una società del denaro e non più in grado di sviluppare lo spirito creativo e critico.
È tutto lo zoccolo delle conquiste sociali della Resistenza che è rimesso oggi in discussione.

Movente della resistenza è l'indignazioneC’è chi ha il coraggio di sostenere che lo Stato non può assicurare più i costi di queste misure civili e sociali. Ma come può mancare oggi il denaro per mantenere e prolungare queste conquiste dal momento che la produzione di ricchezze è aumentata considerevolmente dalla Liberazione, periodo in cui l'Europa era in rovina? Se non perché il potere del denaro, così combattuto dalla Resistenza, non è stato mai tanto grande, insolente, egoista, coi suoi propri servitori fino alle più alte sfere dello Stato. Le banche oramai privatizzate si mostrano in primo luogo preoccupate dei loro dividendi, e dei cospicui stipendi dei loro dirigenti, non dell'interesse generale. La distanza tra i più poveri e i più ricchi non è stata mai tanto rilevante; e la corsa al denaro, la competizione, tanto incoraggiata.
Il motivo di base della Resistenza era l'indignazione. Noi, veterani dei movimenti di resistenza e delle forze combattenti della Francia libera, chiamiamo le giovani generazioni a far rivivere, trasmettere, l'eredità della Resistenza ed i suoi ideali. Diciamo loro: prendete il testimone, indignatevi! I responsabili politici, economici, intellettuali e l'insieme della società non devono disorientarsi, né lasciarsi impressionare all'attuale dittatura internazionale dei mercati finanziari che minaccia la pace e la democrazia.
Auguro a tutti voi, a ciascuno di voi, di avere il vostro motivo di indignazione. È una cosa preziosa. Quando qualche cosa vi indigna come mi sono indignato io per il nazismo, allora si diventa militante, forte ed impegnato. Si raggiunge la corrente della storia e la grande corrente della storia deve proseguire grazie a ciascuno. E questa corrente va nel senso di una maggiore giustizia, di più libertà ma non questa libertà incontrollata della volpe nel pollaio.
Questi diritti di cui la Dichiarazione universale ha redatto il programma nel 1948, sono universali. Se incontrate qualcuno che non ne beneficia, compiangetelo, aiutatelo a conquistarli.

Due visioni della storiaQuando provo a comprendere ciò che ha causato il fascismo che ha fatto sì che fossimo invasi dallo stesso e da Vichy, mi dico che i possidenti, col loro egoismo, hanno avuto terribilmente paura della rivoluzione bolscevica. Essi si sono lasciati guidare dalle loro paure. Ma se, oggi come allora, una minoranza attiva si drizza, ciò basterà, avremo il lievito affinché la pasta gonfi. Certo, l'esperienza di uno molto anziano come me, nato nel 1917, si differenzia dall’esperienza dei giovani di oggi. Io chiedo spesso ai professori dei licei di poter dialogare con i loro alunni, e dico loro: voi non avete le stesse ragioni evidenti di impegnarvi. Per noi, resistere, era non accettare l'occupazione tedesca, la disfatta. Era relativamente semplice. Semplice come ciò che ne è seguito, la decolonizzazione. Poi la guerra dell'Algeria. Occorreva che l'Algeria diventasse indipendente, era evidente. In quanto a Stalin, abbiamo applaudito tutti alla vittoria dell'armata rossa contro i nazisti, nel 1943.
Ma già da quando si ebbe consapevolezza dei grandi processi stalinisti del 1935, anche se bisognava mostrare attenzione verso il comunismo per controbilanciare il capitalismo americano, la necessità di opporsi a questa forma insopportabile di totalitarismo si impose come un'evidenza. La mia lunga vita mi ha dato una sequela di ragioni per indignarmi. Queste ragioni sono state prodotte più da una volontà di impegno che da un'emozione. Il giovane normale che ero, era stato molto segnato da Sartre, un compagno maggiore. La Nausea, Il Muro, non L’Essere e il nulla, sono stati molto importanti nella formazione del mio pensiero. Sartre ci ha insegnato a ricordare: Voi siete responsabili in quanto individui. Era un messaggio libertario. La responsabilità dell’uomo che non può affidarsi né ad un potere né ad un dio. Al contrario, bisogna impegnarsi in nome della propria responsabilità di persona umana. Quando sono entrato alla scuola normale di via d’Ulm, a Parigi, nel 1939, io ci entravo come fervente discepolo del filosofo Hegel, e seguivo il seminario di Maurice Merleau-Ponty. Il suo insegnamento esplorava l’esperienza concreta, quella del corpo e delle sue relazioni col senso, grande singolare espressione al plurale dei sensi. Ma il mio ottimismo naturale, che vuole che tutto ciò che è augurabile sia possibile, mi portava piuttosto verso Hegel. La filosofia hegeliana interpreta la lunga storia dell’umanità come avente un senso: è la libertà dell’uomo che progredisce tappa dopo tappa.
La storia è fatta di shock successivi, è la messa in conto di sfide. La storia delle società progredisce, e finalmente, quando l’uomo raggiunge la sua piena espressione, abbiamo lo stato democratico nella sua forma ideale.

Esiste certamente un’altra concezione della storiaI progressi fatti nella libertà, la competizione, la corsa al "sempre di più", tutto questo può essere vissuto come un uragano distruttivo. Così lo rappresenta un amico di mio padre, l’uomo che ha diviso con lui il compito di tradurre in tedesco À la Recherche du temps perdu di Marcel Proust. È il filosofo tedesco Walter Benjamin. Egli aveva tratto un messaggio pessimista da un quadro del pittore svizzero, Paul Klee, l'Angelus Novus, dove la figura dell’angelo apre le braccia come per contenere e respingere una tempesta che identifica col progresso. Per Benjamin che si suiciderà nel settembre 1940 per sfuggire al nazismo, il senso della storia è l'avanzamento irresistibile di catastrofe in catastrofe.

L’indifferenza: il peggiore degli atteggiamentiÈ vero, le ragioni di indignarsi possono sembrare oggi meno nette o il mondo troppo complesso. Chi comanda, chi decide? Non è sempre facile distinguere tra tutte le correnti che ci governano.
Non si tratta più di una piccola élite di cui comprendiamo chiaramente l’operato. È un vasto mondo che sappiamo bene essere interdipendente.
Viviamo in una interconnettività come non era mai esistita. Ma in questo mondo, ci sono delle cose insopportabili. Per vederle, bisogna bene guardare, cercare. Dico ai giovani: cercate un poco, andate a trovare. Il peggiore degli atteggiamenti è l’indifferenza, dire “io non posso niente, me ne infischio". Comportandovi così, perdete una delle componenti essenziali che ci fa essere uomini. Una delle componenti indispensabili: la facoltà di indignazione e l’impegno che ne è la diretta conseguenza.
Si possono identificare già due grandi nuove sfide:
1. L’immensa distanza che esiste tra i molto poveri e i troppo ricchi, che non cessa di aumentare. È un mutamento del XX e del XXI secolo. I molto poveri nel mondo d’oggi guadagnano appena due dollari al giorno. Non si può lasciare che questa forbice si allarghi ancora. Questa sola constatazione deve suscitare un impegno.
2. I diritti dell’uomo e lo stato del pianeta. Ho avuto la fortuna dopo la Liberazione di essere associato alla redazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata dall’Organizzazione delle Nazioni unite, il 10 dicembre 1948, a Parigi, al palazzo di Chaillot. Nella funzione di capo di gabinetto di Henri Laugier, segretario generale aggiunto dell’ONU, e di segretario della Commissione dei Diritti dell’uomo, assieme ad altri, sono stato ammesso a partecipare alla redazione di questa dichiarazione. Non potrei dimenticare, nella sua elaborazione, il ruolo di René Cassin, commissario nazionale alla Giustizia e all'educazione del governo della Francia libera, a Londra, nel 1941, premio Nobel della pace nel 1968; né quello di Pierre Mendès France in seno al Consiglio economico e sociale cui i testi che elaboravamo erano sottoposti, prima di essere esaminati dalla Terza commissione dell'assemblea generale, responsabile delle questioni sociali, umanitarie e culturali.
Essa contava i cinquantaquattro Stati membri, all'epoca, delle Nazioni unite, ed io ne assicuravo la segreteria.
Per l'appunto a René Cassin dobbiamo il termine di diritti “universali” e non “internazionali” come proponevano i nostri amici anglosassoni. Perché è proprio lì la scommessa a uscire dalla seconda guerra mondiale: emanciparsi dalle minacce che il totalitarismo ha fatto pesare sull’umanità.
Per emanciparsi, bisogna ottenere che gli Stati membri dell’ONU si impegnino a rispettare questi diritti universali. È un modo di sventare l'argomento della piena sovranità che uno Stato può fare valere mentre si dedica ai crimini contro l'umanità sul suo suolo. Questo fu il caso di Hitler che si stimava padrone di se stesso ed autorizzato a provocare un genocidio. Questa dichiarazione universale deve molto alla repulsione universale contro il nazismo, il fascismo, il totalitarismo, e inoltre, per la nostra presenza, allo spirito della Resistenza. Sentivo che bisognava fare rapidamente, non lasciarsi ingannare dall’ipocrisia che c'era nell'adesione proclamata dai vincitori a questi valori che non tutti avevano l'intenzione di promuovere in modo leale, ma che noi tentavamo di imporre loro.
Non resisto alla voglia di citare l’articolo 15 della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo: ogni individuo ha diritto ad una nazionalità"; l’articolo 22: “Ciascuno, in quanto membro della società, ha diritto alla Sicurezza sociale; essa è intesa a garantire ad ogni uomo la soddisfazione dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità, grazie allo sforzo nazionale ed alla cooperazione internazionale, tenuto conto dell’organizzazione e delle risorse di ciascun paese”. E se questa dichiarazione ha una portata dichiarativa, e non giuridica, non ha giocato un ruolo meno rilevante dopo il 1948; si sono visti popoli colonizzati impadronirsene nella loro lotta di indipendenza; ha inseminato gli spiriti nella lotta per la libertà.
Constato con piacere che nel corso degli ultimi decenni si sono moltiplicate le organizzazioni non governative, i movimenti sociali come Attac (Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie), il FIDH (Federazione internazionale dei Diritti dell’uomo), Amnesty... che sono attive e ad alto rendimento. È evidente che per essere efficaci oggi, bisogna agire in rete, approfittare di tutti i mezzi moderni di comunicazione.
Ai giovani, dico: guardate intorno a voi, voi ci troverete i temi che giustificano la vostra indignazione – il trattamento riservato agli immigrati, agli illegali, ai Roms. Troverete delle situazioni concrete che vi portano a dare corso ad un'azione civica forte. Cercate e troverete!

La mia indignazione a proposito della PalestinaOggi, la mia principale indignazione riguarda la Palestina, la striscia di Gaza, la Cisgiordania. Questo conflitto è causa per me di grande indignazione. Occorre assolutamente leggere il rapporto Goldstone del settembre 2009 su Gaza, nel quale questo giudice sud-africano, ebreo che si dice anche sionista, accusa l'esercito israeliano di avere commesso, durante l’operazione "Piombo fuso" durata tre settimane, “atti assimilabili a crimini di guerra e forse, in certe circostanze, a crimini contro l’umanità”. Io stesso sono tornato a Gaza, nel 2009, dove sono potuto entrare con la mia donna grazie ai nostri passaporti diplomatici, per valutare de visu ciò che questo rapporto sosteneva. Le persone che ci accompagnavano non sono state autorizzate ad addentrarsi nella striscia di Gaza e in Cisgiordania. Abbiamo visitato anche i campi di profughi palestinesi assegnati fin da 1948 dall’Agenzia delle Nazioni unite, l’UNRWA, dove più di tre milioni di Palestinesi, cacciati dalle loro terre da parte d'Israele, aspettano un rientro sempre più problematico. In quanto a Gaza, è una prigione a cielo aperto per un milione e mezzo di Palestinesi. Una prigione dove si organizzano per sopravvivere. Più delle distruzioni materiali come quella dell'ospedale della Mezzaluna rossa da parte di "Piombo fuso", è il comportamento degli abitanti di Gaza, il loro patriottismo, il loro amore del mare e delle spiagge, la loro costante preoccupazione del benessere dei loro bambini, innumerevoli e ridenti, che persiste nella nostra memoria. Siamo stati impressionati dal loro ingegnoso modo di fare fronte a tutte le penurie che devono sopportare. Li abbiamo visti preparare dei mattoni senza cemento per ricostruire le migliaia di case distrutte dai carri. Ci è stato confermato che durante l’operazione "Piombo fuso" condotta dall’esercito israeliano, ci sono stati millequattrocento morti - donne, bambini, vecchi confinati nel campo palestinese - contro solamente cinquanta feriti israeliani. Condivido le conclusioni del giudice sud-africano. Che gli Ebrei possano perpetrare, proprio loro, dei crimini di guerra, è insopportabile. Ahimè, la storia offre pochi esempi di popoli che traggano insegnamento dalla propria storia.
Lo so, Hamas che ha vinto le ultime elezioni legislative non ha saputo evitare che fossero lanciati razzi sulle città israeliane in risposta alla situazione di isolamento e di blocco nella quale si trovano gli abitanti di Gaza. Penso evidentemente che il terrorismo sia inaccettabile, ma bisogna riconoscere che quando si è occupati con mezzi militari infinitamente superiori a quelli di cui si dispone, la reazione popolare non può che essere violenta.
Torna utile ad Hamas lanciare razzi sulla città di Sdérot? La risposta è no. Ciò non favorisce la sua causa, ma questo gesto si può spiegare con l’esasperazione degli abitanti di Gaza. Nella nozione di esasperazione, bisogna comprendere la violenza come uno spiacevole esito rispetto alle inaccettabili condizioni subite. Allora, si può dire che il terrorismo è una forma di esasperazione. E che questa esasperazione è un termine negativo. Non si dovrebbe esasperare, occorrerebbe sperare. L’esasperazione nasce da una negazione di speranza. Comprensibile, direi quasi naturale, ma ugualmente inaccettabile. Perché non permette di ottenere i risultati che può eventualmente produrre la speranza.

La non-violenza, la strada che dobbiamo imparare a seguireSono convinto che il futuro appartiene alla non-violenza, alla conciliazione tra culture differenti. È per questa via che l'umanità dovrà affrontare con successo la sua prossima tappa. In ciò sono d’accordo con Sartre, non possiamo giustificare i terroristi che gettano bombe, li possiamo comprendere. Sartre nel 194l scrive: “Riconosco che la violenza sotto qualunque forma si manifesti è un insuccesso. Ma è un insuccesso inevitabile perché viviamo in un universo di violenza. E se è vero che dal ricorso alla violenza resta la violenza che rischia di perpetuarsi, è anche vero che è l'unico modo per farla cessare”.
Al che aggiungerei che la non-violenza è un mezzo più sicuro per farla cessare. Non si possono sostenere i terroristi in nome di questo principio, come ha fatto Sartre durante la guerra d'Algeria o all'epoca dell'attentato contro gli atleti israeliani in occasione dei giochi di Monaco del 1972. Non è efficace e Sartre finirà per interrogarsi alla fine della sua vita sul senso del terrorismo e a dubitare della sua ragion d'essere. Dire “la violenza non è efficace", è più importante che sapere se dobbiamo condannare o no coloro che si dedicano ad essa. Il terrorismo non è efficace. Nella nozione di efficacia, occorre una speranza non violenta. Una speranza violenta si trova nella poesia di Guillaume Apollinaire: “Le Pont Mirabeau”; non in politica. Sartre, nel marzo 1980, a tre settimane dalla sua morte, dichiarava: Occorre provare a spiegare che il mondo d’oggi, che è orribile, è solamente un momento nel lungo sviluppo storico, che la speranza è sempre stata una delle forze dominanti delle rivoluzioni e delle insurrezioni, che considero ancora la speranza come la mia concezione riguardo al futuro."
Bisogna comprendere che la violenza volge la schiena alla speranza. Bisogna preferirle la speranza, la speranza della non-violenza. È la strada che dobbiamo imparare a seguire. Sia da parte degli oppressori che degli oppressi, bisogna arrivare ad un negoziato per sconfiggere l’oppressione; questo permetterà di vincere la violenza terroristica. Perché non si deve lasciare accumulare troppo odio.
Il messaggio di un Mandela, di un Martin Luther King, trova tutta la sua pertinenza in un mondo che ha superato lo scontro ideologico ed il totalitarismo di conquista. È un messaggio di speranza nella capacità delle società moderne di superare i conflitti tramite la comprensione reciproca ed una pazienza vigile. Per giungere a ciò, bisogna basarsi sui diritti la cui violazione, chiunque ne sia responsabile, deve provocare la nostra indignazione. Non si deve transigere su questi diritti.

Per un’insurrezione pacificaHo notato - e non sono il solo - la reazione del governo israeliano di fronte al fatto che ogni venerdì i cittadini di Bil'id vanno, senza gettare pietre, senza utilizzare la forza, fino al muro contro il quale protestano. Le autorità israeliane hanno qualificato questa marcia come “terrorismo non violento”. Mica male... Occorre essere israeliano per definire terrorismo la non-violenza. Bisogna essere soprattutto imbarazzati dall'efficacia della non-violenza che suscita l’appoggio, la comprensione, il sostegno di tutti quelli che nel mondo sono contro l'oppressione.
Il pensiero produttivista, diffuso in occidente, ha trascinato il mondo in una crisi da cui occorre uscire abbandonando velocemente la concezione del "sempre di più", nel campo finanziario ma anche nel campo delle scienze e delle tecniche. È ormai tempo che i valori etici, di giustizia, di equilibrio duraturo diventino prevalenti. Perché rischi gravissimi ci minacciano e possono mettere un termine all'avventura umana su un pianeta che diventa inospitale.
Ma è indiscutibile che importanti progressi sono stati fatti dal 1948 in poi: la decolonizzazione, la fine dell'apartheid, la distruzione dell’impero sovietico, la caduta del Muro di Berlino. Invece, i primi dieci anni del XXI secolo sono stati una fase di arretramento. Questa involuzione io la spiego in parte con la presidenza americana di George Bush, l’11 settembre, e le conseguenze disastrose che ne hanno tratto gli Stati Uniti, come l’intervento militare in Iraq. Abbiamo avuto questa grave crisi economica, ma non abbiamo di contro avviato una nuova politica di sviluppo. Parimenti, l’incontro al vertice di Copenaghen contro il riscaldamento climatico non ha permesso di iniziare una vera politica per la preservazione del pianeta. Siamo sul limitare, tra gli orrori del primo decennio e le possibilità dei prossimi. Ma bisogna sperare, occorre sempre sperare. Il decennio precedente, quello degli anni ‘90, era stato motore di grande progresso. Le Nazioni unite hanno saputo convocare delle conferenze come quella di Rio sull’ambiente, nel 1992; quella di Pechino sulle donne, nel 1995; nel settembre 2000, su iniziativa del segretario generale delle Nazioni unite, Kofi Annan, i 191 paesi membri hanno adottato la dichiarazione sugli “Otto obiettivi del millennio per lo sviluppo”, con cui si impegnano a dimezzare la povertà nel mondo entro il 2015.
È mio grande dispiacere che né Obama né I'Unione europea si siano ancora espressi riguardo al loro apporto per una fase costruttiva, appoggiandosi sui valori fondamentali.
Come concludere questo appello ad indignarsi? Ricordando ancora ciò che l’8 marzo 2004, in occasione del sessantesimo anniversario del Programma del Consiglio nazionale della Resistenza, noi veterani dei movimenti di Resistenza e delle forze combattenti della Francia libera (1940-1944) dicevamo, che certo “il nazismo è stato sconfitto, grazie al sacrificio dei nostri fratelli e sorelle della Resistenza e delle Nazioni unite contro la barbarie fascista. Ma questa minaccia non è sparita totalmente e la nostra irritazione contro l'ingiustizia è ancora intatta”.
No, questa minaccia non è sparita totalmente. Perciò, chiamiamoci sempre ad “una vera insurrezione pacifica contro i mezzi di comunicazione di massa che non propongono come orizzonte per la nostra gioventù altro che il consumo di massa, il disprezzo dei più deboli e della cultura, l’amnesia generalizzata e la competizione a oltranza di tutti contro tutti”.
A coloro che vivranno il 21° secolo, diciamo con il nostro affetto:
CREARE È RESISTERE. RESISTERE È CREARE.

Nota bio-bibliografica 
Il padre Franz era il traduttore tedesco di Proust assieme a Walter Benjamin, la madre Helen Grund era pittrice e traduttrice berlinese. La loro storia fece scalpore. I genitori sono infatti due dei protagonisti di un ménage à trois narrato in un romanzo dal terzo, lo scrittore francese Henri-Pierre Roché, e diventato celebre con il film di François Truffaut Jules e Jim.
È cresciuto nella Francia degli anni Trenta. Ha partecipato alla Resistenza francese. Catturato dai tedeschi e destinato al campo di concentramento di Mauthausen, è riuscito a fuggire e ha raggiunto moglie e figli a Parigi. Dopo la guerra ha lavorato al Segretariato generale dell’Onu. È stato uno dei principali redattori della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. 
Il suo pamphlet Indignez-vous! (in Italia Indignatevi!, pubblicato da ADD nel 2011) è divenuto un vero e proprio caso editoriale, in Francia, con oltre un milione di copie vendute. Ricordiamo anche Impegnatevi! (Salani, 2011, scritto con Gilles Vanderpooten), Danza con il secolo (ADD, 2011), A conti fatti... o quasi (Bompiani, 2012), Vivete! (Castelvecchi, 2012), Non arrendetevi! (Passigli, 2013, scritto con Lluìs Urìa), Agli indignati di questa Terra! Dalla protesta all'azione (Liberlibri, 2013) e Esigete! Un disarmo nucleare totale, pubblicato postumo nel 2014 da Ediesse. 

Stéphane Hessel in Wikipedia

Ebook di Stéphane Hessel in ibs

Rosatellum, una legge elettorale ignobile e ingannevole


30 dicembre 2016

RLM - 40 anni fa. Una grande avventura al servizio della città



Il 28 Dicembre 2016, per iniziativa di Sino Quartararo e con il patrocinio della Pro Loco di Menfi, nell'Auditorium dell'Istituzione Culturale Federico II si è tenuta la rievocazione di Radio Libera Menfi, a quarantanni dalla sua fondazione col titolo 40 anni fa. Una grande avventura al servizio della città. L'evento, curato nei dettagli dall'impeccabile Gioacchino Mistretta e presentato dalla giovane Rosy  Abruzzo, ha visto la partecipazione di un pubblico numeroso e assai interessato. I vari collaboratori dell'emittente sono stati invitati sul palco a dare la loro testimonianza mentre sullo schermo scorrevano documenti interessanti, ormai storici, relativi a diverse fasi e rubriche curate da RLM. La serata è stata allietata grazie alla riproposizione di brani musicali in voga all'epoca, eseguiti magistralmente da Sino Quartararo e Leo Marchese. E' stata una bellissima manifestazione, assai partecipata, che ha avuto il merito di riportarci piacevolmente indietro di alcuni decenni. Ma RLM non deve rimanere solo un memoriale, potrebbe in qualche modo risorgere dalle sue ceneri. Pensiamoci! 


Era il 15 ottobre 1976 quando iniziarono le prove sperimentali di RADIO LIBERA MENFI sulla frequenza 98,200 mhz. L’idea di aprire la radio fu di alcuni giovani che s’interessavano di musica già da un bel po’ di tempo: Sino Quartararo, Saverio Piccione, Baldassare Bivona, Pippo Graffeo, Rosario Callaci, Giuseppe Gagliano. Poi si sono aggiunti: Bilello Francesco, Liborio Ferraro e Marco Bursi. Radio Libera Menfi ha rappresentato un momento importante per Menfi, la libertà, la trasgressione e la capacità del mondo giovanile del post ’68 d’interpretare la realtà di quel momento storico. Punto di forza della radio era l'interattività con gli ascoltatori che vennero coinvolti direttamente dando loro la possibilità di intervenire nel corso dei programmi apportando opinioni e commenti, oppure di scegliere brani musicali di loro gradimento; vengono cosi impostati programmi dedicati a varie fasce di utenza centrando la programmazione su vari argomenti (culturali, storici, rubriche varie, cabaret e musicali (Rock, musica italiana, folklore locale etc.) o sociali (politica in primis).
Quelli furono anni stupendi, di spensieratezza, d’entusiasmo e di straordinaria professionalità per quei ragazzi meravigliosi e per tutti i componenti la radio.
Il loro unico interesse è stato quello di garantire un servizio sociale a tutta la collettività convinti, com'erano, che il mezzo radiofonico era un bene comune che poteva essere utilizzato da tutti: famiglie, commercianti, liberi professionisti o semplici cittadini. Li sosteneva solo il loro grande entusiasmo e l’infinita voglia di fare, tipica dei giovani di quel tempo che, ahimè, raramente si riscontra nei giovani d’oggi.
Da un post su FB di Sino Quartararo

A me è stato dato il compito di rievocare sinteticamente la figura di Nino Ardizzone e la rubrica "Lignati siciliani" che andava in onda la domenica mattina. E l'ho fatto, all'incirca,così: 
"Cu pigghia lu turcu è so" era l'espressione con cui Nino Ardizzone soleva stigmatizzare il comportamento di quanti, in un contesto di illegalità diffusa, si appropriano di tutto ciò che capiti loro per le mani infischiandosi dei diritti altrui. A quel punto inarcava il sopracciglio in modo interrogativo e atteggiando il viso ad una smorfia faceva presagire una scarica di altre espressioni colorite. Il suo eloquio era pungente e, spesso, sarcastico. Con lui ogni domenica mattina intrattenevo i radiascoltatori su temi di carattere sociale e sulle disfunzioni che gli stessi denunciavano tramite telefono. 
La radio svolse allora un importante servizio sociale, contribuendo alla ricostruzione della vita comunitaria in un comune in parte disintegrato dagli effetti del sisma. I danni provocati dal terremoto e quelli successivi prodotti dagli uomini sono stati un altro argomento di discussione nella rubrica domenicale. "E ci nni vosiru trantuluna pi ghittari 'n terra lu campanaru di l'assiccursu!" Altra immagine di Nino che insieme a me criticava fortemente l'opera di demolizione di edifici che avrebbero potuto essere restaurati. Ma all'epoca in un centro rurale come il nostro risultò più agevole demolire e attendere la successiva ricostruzione.
Per quanto mi riguarda, la mia collaborazione con RLM rimase concentrata soprattutto negli anni 1980-83, il periodo in cui rientrai a Menfi avendo ottenuto l'incarico d'insegnamento c/o la sezione staccata di Menfi del Liceo Scientifico. Avevo la metà degli anni che mi ritrovo ora e furono per me anni molto densi e attivi perché curai con i miei studenti la messa in scena di alcune opere teatrali con discreto successo mentre riempivo le mattinate domenicali conducendo assieme al compianto Nino Ardizzone la rubrica di lagnanze in cui si denunciavano i disservizi, gli scandali, i ritardi delle amministrazioni relativamente alla ricostruzione post-terremoto ecc. Indimenticabile la battaglia condotta per la collocazione dei cassonetti per la raccolta dei rifiuti. In quel periodo, spesso, venivano trasmessi in tempo reale i consigli comunali, motivo per cui i consiglieri e gli amministratori dovevano stare attenti a quello che dicevano. Furono anni di impegno civile e di lotta al fine di realizzare un cambiamento considerato possibile. Ricordo certi dibattiti e confronti con esponenti politici locali, condotti nella sede della radio. Spesso i partecipanti volevano concordare gli argomenti ma quando le risposte viravano verso il consueto politichese era giocoforza riportarli alla concretezza della realtà.
A riascoltarmi, mi ha fatto impressione più della vivacità argomentativa, che non mi è mai mancata, la velocità nell'esposizione; da anni parlo più lentamente riflettendo di più su ciò che dico.


01 dicembre 2016

Il 4 dicembre si vota RENZI SI o RENZI NO

Ho trovato questa riflessione su una pagina di Facebook e la rilancio perché la condivido totalmente, eccezione fatta per l'espressione Re dei Delinquenti che avrebbe bisogno di un pronunciamento della magistratura per essere utilizzata. 




Volevo evidenziare un aspetto che, ad oggi, non ho ancora letto da nessuna parte, a meno che non mi sia perso qualche cosa nel frattempo.
Si susseguono i post che invitano a "capirne di più", a ricondurre la discussione "sul merito della riforma", a non "personalizzare" il voto pro o contro Renzi o il governo per mero tifo politico.
Premesso che chi vi parla, come sempre fa, si è andato a ricercare ogni possibile e affidabile documentazione per analizzare i pro e i contro di questa riforma e l'ha quindi trovata una vera e propria "schiforma", come giustamente è stata definita, il punto, forse più importante ai fini del nostro personale futuro e quindi della nostra nazione, è un altro, a mio avviso.
Renzi, fin dall'inizio e oserei dire giustamente e furbescamente, ha voluto personalizzare questa sfida e, così facendo, proprio lui ci ha dato la vera chiave di lettura dell' "evento referendario".
Il 4 dicembre non si vota solo una riforma, si vota Renzi SI o Renzi NO, inutile nascondercelo. Perchè, se vince il SI, il Narciso toscano non lo fermiamo più! Per due motivi. Il primo è che lui potrà così dimostrare ai suoi "padroni" che ha fatto diligentemente e con bravura i compiti assegnatigli e quindi accrescere la loro fiducia in lui, caricandolo di altre "incombenze" per accelerare il progetto di sottomissione dell'Italia; infatti, c'è molto da fare ancora, non crediate che sia finita qui, perchè il Re dei Delinquenti ha avuto ampio e preciso mandato e questa schiforma è solo l' INIZIO DEL TUTTO.
Il secondo motivo, per un malato di narcismo come lui, è che si crederà invincibile, intoccabile e, purtroppo per noi...infallibile.
Provate solo a immaginare il fatto che una tale iattura umana, purtroppo a noi capitata e a noi imposta dall'alto, si troverà LEGITTIMATA DA UN QUESITO REFERENDARIO, per alcuni versi più importante di una consultazione elettorale politica, per via dell'espressione diretta della volontà popolare.
Una tale legittimazione lo esalterà ben più di quanto non lo sia mai stato, abbatterà i suoi avversari esterni e, soprattutto, quelli interni al suo stesso partito e gli farà avere ancora più gente alla sua Corte dei Miracoli.
A questo punto, non solo non lo fermeremo più nell'opera di devastazione già iniziata dal Terminator Monti, ma lo faremo arrivare all'appuntamento politico delle elezioni 2018 "più forte e più bello che pria" (per parafrasare un noto sketch di Petrolini, ndr).
Quindi, cari amici, soprattutto voi che avete ancora dubbi, inutile che perdiate il vostro tempo per capirne di più sulla schiforma.
Qui è in ballo il nostro futuro, la nostra futura condizione di schiavi o di liberi.
Seguite lo stesso consiglio del Re dei Delinquenti: "o con me o contro di me". Dopo di che, dovrete semplicemente interrogarvi se siete pro o contro Renzi, cioè se ritenete quest'uomo (si fa per dire, ndr) degno di voi, del vostro essere italiani e soprattutto compatibile con la costruzione di un futuro migliore per noi tutti.
Dopo di che...decidete pure.
Io ho già deciso da tempo: #IovotoNO

08 novembre 2016

IL MIO NO AL REFERENDUM DEL 4 DICEMBRE


Avrei voluto scrivere le ragioni che mi spingono a votare e far votare NO al referendum costituzionale. Ma sull'argomento è stato già detto e scritto tutto o quasi; anche sulle risibili ragioni del SI.
Non so come finirà il 4 Dicembre: sebbene i sondaggi continuino a dare il NO in vantaggio, temo che la cosiddetta maggioranza di governo non lascerà nulla di intentato per ottenere il tanto sospirato risultato, sarebbe in grado di fare carte false pur di raggiungere il suo scopo. 
In proposito ritengo che occorra stare con gli occhi ben aperti ai seggi perché il voto dei cittadini possa essere veramente libero da ogni e qualsiasi condizionamento. 
L'esito si giocherà su una mangiata di voti! 

Non volendo ripetere in modo approssimativo quanto già detto e scritto con efficace puntualità da illustri e benemeriti costituzionalisti, mi limito a pubblicare qui la Lettera a mia figlia elettrice sul perché voterò No, di Arturo Primavera 

E la offro come argomento di riflessione a mia figlia, ai miei nipoti e ai tanti giovani italiani confusi e disorientati da una propaganda frastornante e senza ritegno. 
Ma penso anche ai tanti anziani che in questa bolgia fuorviante ritengono di non presentarsi al seggio lasciando agli altri di decidere per loro. 


Mi chiedi perché al referendum, voterò no alla riforma costituzionale? Ti chiedi perché, al contrario, tanti tuoi amici, i più giovani, si aspettino molto dalle recenti modifiche, soprattutto da quelle che riguardano il Senato, le uniche – in pratica - ad essere rese note a un’opinione pubblica più interessata a un presunta futura riduzione dei “costi della politica” che conscia delle reali conseguenze delle riforme? Perché molti di loro dicono che bisogna “cambiare”, senza precisare perché?
Ci sono vari spunti di riflessione, di diversa natura, che spesso si intersecano gli uni con gli altri: cercherò di trasformarli in argomenti, per quanto personalissimi, e comunque legati alla mia non professionale conoscenza della materia.
Sia bene inteso, non ho mie soluzioni per i problemi, reali o presunti che questa riforma, secondo i suoi ideatori, risolverebbe. Ma sai pure che non sono un conservatore, amante e “lodator del tempo passato”, in maniera pregiudiziale: il cambiamento mi sembra, invece, insito nella natura e nel mondo e quindi anche negli uomini: la storia umana è una lunga e continua transizione da uno stato all’altro, ma non sempre al meglio; ti basti pensare, ad esempio, agli orrori delle dittature e delle guerre del novecento. E allora, lungi da me ritenere che questa Costituzione, nata dalle ceneri della guerra e dopo le mostruosità del nazifascismo, possa essere millenaria o sia “la più bella del mondo”, come enfaticamente diceva qualche anno fa un noto comico che da ultimo ha voltato la gabbana, o sia la fonte perfetta e immodificabile della giustizia in terra: sarebbe solo ideologia, che, come puoi indovinare, sconfina quasi sempre nell’atto di fede e cioè in una sorta di religione; lasciamo questa a ciò che è rivelato, ma non a quanto viene dall’uomo. Noi dobbiamo cercare, più modestamente, di ragionare e capire se questa ulteriore riforma sia positiva o meno, nell’ottica generale che ogni cambiamento si debba fondare essenzialmente sul miglioramento dell’uomo.
Il primo motivo è talmente palese che bastano poche parole a spiegartelo: questa riforma è un vero e proprio passo indietro della democrazia, perché non consentirà ai cittadini di scegliere con elezioni dirette i membri di una delle camere, e quindi di un organo che, sia pure, in maniera limitata, e con diverse competenze, continuerà a far parte del potere legislativo.
In pratica l’esercizio del potere verrà di nuovo concentrato in pochi, anziché maggiormente diffuso tra i molti.
Chi vuole questo cambiamento è, per paradosso, un conservatore, mentre chi non lo vuole è un progressista.
E non stare a sentire quelli che dicono che comunque i membri del Senato saranno sempre di creazione popolare, in quanto nominati tra i consiglieri regionali e i sindaci, che a loro volta vengono eletti nelle amministrative. Una elezione non può essere bivalente: un candidato scelto come consigliere o come sindaco, perché dovrebbe star bene anche come senatore? Che efficacia può avere un voto del genere? E poi chi sceglierà i designati a prender parte del Senato? Non certo l’elettore in sede amministrativa, ma probabilmente il partito cui questi, gli eletti appartengono, che opterà per quelli più affidabili e legati alla segreteria politica, tempo per tempo dominante. E saranno liberi di poter decidere secondo coscienza, oppure saranno di volta in volta soggetti a interferenze e pressioni da parte dei vertici dei partiti?
E poi, dubito che questi consiglieri-sindaci/senatori saranno in grado di poter svolgere bene tutte e due le mansioni: anche se ‘tanto devono venire a Roma almeno una volta alla settimana’, non sono esonerati comunque dalla istruttoria e dalla preparazione dei lavori della camera di appartenenza; d’altra parte, specialmente se sindaci, non possono lasciare a metà il loro lavoro sul territorio.
Ma quale il motivo reale di tutto ciò? Non è il risparmio, che è ben poca cosa rispetto a quel che va perso; e non è nemmeno la semplificazione normativa, come puoi renderti conto, se provi a leggere la ridda di norme introdotte dal nuovo testo dell’art. 70.
A parer mio la vera posta in gioco è ben altra, se dai un’occhiata anche alle altre modifiche, alcune limitative della democrazia diretta, altre dell’autonomia regionale o, addirittura dei poteri del Presidente della Repubblica (e non trovi strano questo groviglio di riforme, proposte tutte insieme, da risolvere con un unico quesito?)
È invece la governabilità del Paese, vero mito di tutti i politici, che sarebbe ostacolata fin dalla nascita della Repubblica dalla pluralità delle forze politiche presenti nelle Camere, la cui dialettica ostacolerebbe una “stabile politica di governo”. Del resto politici appartenenti a un passato recente, che non puoi ricordare (vedi Craxi e Berlusconi), hanno spesso puntato sul controllo del dibattito parlamentare per l’approvazione di leggi, in materie delicate, quando l’opposizione diventava un serio ostacolo, e, gli stessi membri della maggioranza erano riottosi a seguire la politica del governo e si mettevano pure a votare contro (i c.d. franchi tiratori).
Ma siamo poi sicuri, che, in definitiva, la governabilità corrisponde a efficienza? Di che cosa? Nel fare veloci-veloci delle leggi per una più snella politica di governo? Hai visto, non molto tempo addietro, che quando una legge deve passare, tra fiducia, sedute fiume, tour de force, canguri, ghigliottine, voti palesi, ma anche segreti e in codice e cose simili, passa in un batter d’occhio anche oggi.
Tu pensi veramente che questo sia un vantaggio, dico, il fatto che una legge possa essere discussa in breve tempo, magari da una sola camera? E le varie leggi porcate, che sarebbero tutte passate tranquillamente (e velocemente)? È vero che è il Governo, quale espressione di una maggioranza politica, che dà l’indirizzo politico generale, ma è anche vero che è il Parlamento, nei suoi due rami, quale espressione anche delle minoranze, il vero fulcro del sistema (almeno nella democrazia che fondarono i Costituenti).
Sospetta, da ultimo, l’affermazione proveniente da qualche agenzia di valutazione finanziaria, che stigmatizzava, come dannosa per l’economia, la troppa libertà concessa ai popoli dalle costituzioni antifasciste: che, niente-niente, può far comodo una camera con poteri ridotti che approva, di fatto senza obiezioni, tutto quello che viene imposto dalla Commissione Europea (in nome del: ‘ce lo chiede l’Europa’), dai trattati internazionali (vedi il TTIP), da alleati più o meno invadenti, dalle multinazionali (che spesso sono dietro di questi)?
Tralascio le altre parti della riforma, ignote ai più, la cui attenzione è sempre indirizzata verso il “contenimento dei costi di funzionamento”: si disciplinano, tra l’altro, le materie più diverse, ché la riforma ritocca svariati istituti, che apparentemente, non sono correlati tra loro, come le modifiche relative all’elezione del Presidente della Repubblica e ai suoi poteri, o quelle che riguardano i giudici della Corte Costituzionale, o quelle relative al referendum abrogativo.
Oltre a quanto sopra, in maniera molto semplificata (nell’unico modo che so fare), mi sovvengono, naturalmente, altri argomenti, che hanno carattere più di metodo, al di là della condivisione o meno del contenuto.
In sintesi trovo assurdo il fatto che queste modifiche, vengano proposte, tra l’altro quasi come una condizione assoluta, direttamente da parte di un governo, nominato a seguito di intrighi di palazzo, e sia stata votata dalla maggioranza che lo sostiene, fatta di parlamentari di varia e precaria provenienza, eletti sulla base di una legge successivamente dichiarata incostituzionale e ciò in un momento in cui le priorità del paese sembrano essere altre.
Vorrei che tu ti soffermassi, anzitutto, sul fatto che la riforma sia stata proposta dal Governo: di norma le modifiche alla Costituzione, soprattutto di sì gran peso, devono rispondere ad una esigenza generale, ad un idem sentire della stragrande maggioranza dei cittadini e dalla quasi totalità delle forze politiche che li rappresentano. Dovrebbero essere il frutto di anni di dibattiti, di studi, di lotte e comunque sono un risultato condiviso di istanze nuove e reali, e perciò comuni a tutti.
Ha di norma un’origine parlamentare o addirittura è frutto di un sentimento popolare, diffuso, più o meno formalizzato.
Nel nostro caso la riforma viene calata dall’alto e la sua approvazione posta addirittura come condizione di permanenza del Presidente del Consiglio, cioè del Governo, cioè della maggioranza di governo, cioè, in definitiva delle Camere, sulle quali pende il rischio di elezioni anticipate, questa volta sotto una nuova legge elettorale, che potrebbe riservare delle sorprese: chi sa quanti personaggi, che attualmente occupano gli scranni del Parlamento, dopo aver cambiato più volte casacca, verrebbero riconfermati da un elettorato non più disposto a farsi prendere in giro?
Ma c’è dell’altro: la sintesi e la chiarezza sono una caratteristica della nostra Costituzione del 1948; il cui testo, prima della approvazione finale, è stato sottoposto ad una vera e propria revisione linguistica, al fine di consegnare ai cittadini un dispositivo corretto e chiaro; al contrario, alle poche e chiare parole utilizzate dai Costituenti, si sostituisce una cascata di articoli, di norme, commi, rimandi, di estrema farraginosità e complessità: immaginati la ridda di interpretazioni, che tutti, titolati e no, organi costituzionali e semplici cittadini, daranno a questa bella costruzione normativa, e i conflitti, i ricorsi, i processi, le sentenze, magari contrastanti, che spunteranno a seconda del punto di vista (e gli interessi) di chi legge il testo.
Questa riforma - ripeto - di fondamentale importanza, in quanto dalla sua introduzione, può derivare una nuova forma di stato, è stata votata, in tempi e a denti stretti, dalla sola maggioranza assoluta di Camera e Senato, e per questo viene sottoposta obbligatoriamente a un referendum: un anticorpo che i padri costituenti previdero a loro tempo, intuendo quali pericolose deviazioni avrebbero potuto portare le maggioranze che si sarebbero di volta in volta formate: spetta ora a noi, ancora una volta, il dover impedire che questa deriva possa essere portata a compimento. 



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