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15 ottobre 2010

MISSIONE COMPIUTA - CILE

Anche se in Italia questa impresa straordinaria ha avuto scarsa eco, mantenuta sotto traccia dai terribili episodi di cronaca nera e di quotidiana violenza, oltre che dal solito teatrino della politica che imperversa da noi, voglio tornare a parlare della tragedia dei 33 minatori intrappolati per 70 giorni nel crollo della miniera di San Josè, rimasti miracolosamente vivi dentro una cavità ristretta a 640 metri di profondità. 
Era una disgrazia annunciata, considerate le condizioni precarie in cui si svolge il lavoro dei minatori e la scarsa manutenzione delle miniere da parte delle società che le gestiscono. Il governo aveva avvertito nel 2010 i proprietari, accusandoli di non aver fatto i lavori di consolidamento della volta, come richiesto. La miniera, in effetti, doveva essere già chiusa.
Ma in questa vicenda, che sembra avere aspetti miracolosi, hanno colpito positivamente:
  • la forza d'animo e la voglia di farcela da parte dei minatori intrappolati; 
  • la tecnologia avanzata messa al servizio, con intelligenza, di un'impresa meritoria; 
  • l'impegno del governo che non ha lesinato denaro e competenze.
Un'impresa straordinaria sulla quale tanto si dirà e si scriverà. Un'impresa paragonabile ad una missione nello spazio, questa è andata nelle viscere della terra e ha riportato alla luce 33 uomini coraggiosi.

Missione compiuta Cile
Sono le parole che hanno lasciato su un cartello i sei soccorritori che sono scesi nel rifugio.
Avvolto nella bandiera cilena, Luis Urzua ha ricevuto l'abbraccio del presidente Sebastian Pinera: Ti sei comportato come un vero capitano - ha detto il presidente al minatore - Il capitano di una nave, che la lascia per ultimo. Poi, una volta che anche i soccorritori sono riemersi dal tunnel, Pinera ha sigillato il pozzo della miniera, per scrivere, questa volta per sempre e con il sorriso, la parola 'fine' alla vicenda.
Spero che episodi come questo non si ripetano mai più, ha detto Luis Urzua al presidente cileno. Con una trentina d'anni d'esperienza mineraria, Urzua è stato il capo-turno e leader del gruppo fin dal giorno del crollo, il 5 agosto. È riuscito a imporre l'ordine e la disciplina, fin dai primi giorni di prigionia, razionando gli alimenti dei quali disponevano i minatori: qualche lattina di tonno, latte e frutta in scatola.
Le tappe
5 agosto: crolla un pozzo nella miniera di San Josè, a 800 chilometri da Santiago del Cile. Non si sa nulla di 33 minatori ufficialmente dispersi.
12 agosto: dopo una settimana, il ministro per le miniere Laurence Goldborne annuncia che le speranze di trovare in vita i minatori si assottigliano.
22 agosto: una sonda raggiunge il possibile rifugio dei minatori a oltre 640 metri di profondità.  Torna con un messaggio: "Siamo tutti vivi, dentro il rifugio". Scatta la corsa per il recupero.
25 agosto: mentre la società proprietaria della miniera rischia il fallimento, arriva l'annuncio: saranno liberi tra qualche mese. La prima data ipotizzata è quattro mesi, per la fine dell'anno.
26 agosto: un giudice congela i beni della società che gestisce la miniera per un totale di 1,8 miliardi di dollari per eventuali futuri rimborsi.
30 agosto: è all'opera la trivella-pilota con un diametro di 30 centimetri.
4 settembre: arrivano i primi video dai minatori.
18 settembre: parte una seconda trivellazione.
19 settembre: avviata la perforazione con una trivella ancora più potente, da 66 centimetri di diametro: è la terza.
30 settembre: i familiari di 29 dei 33 minatori chiedono un risarcimento di 12 milioni di dollari.
4 ottobre: il presidente cileno annuncia che si spera di poter riportare fuori i minatori prima di metà ottobre.
9 ottobre: il pozzo di salvataggio arriva al rifugio dei 33 minatori.
11 ottobre: rinforzate con tubi d'acciao le pareti del pozzo. Riesce il test con la capsula.
13 ottobre, ore 0.13: esce il primo minatore.

Gli attacchi di panico sono la più grande preoccupazione dei soccorritori. I minatori non sono stati sedati, avevano bisogno di stare all'erta in caso che qualcosa fosse andato storto. È andata via la nebbia, c’era il sole sul Campo Esperanza. La capsula Phoenix ha fatto il suo dovere, i recuperi sono avvenuti con regolarità.

Una mezzanotte di festa lì in mezzo al deserto nel Campo Esperanza, una mezzanotte di festa in tutto il Paese, a Santiago del Cile la gente è scesa nella Plaza Italia per festeggiare, bandiere, cori e tifo da stadio.
Il racconto ipotetico, ma non tanto, di Florencio Avalos, il primo minatore uscito dalla maledetta miniera di San Josè dieci minuti dopo la mezzanotte.
A mezzanotte (ore 5 in Italia ndr) sono salito sulla capsula Phoenix che era arrivata giù nel buio, in quella che è stata la nostra casa per più di due mesi, dove abbiamo dovuto abituarci a vivere come talpe, dove abbiamo convissuto in 33 con qualche piccola difficoltà, ma con grande amicizia. E’ arrivata la capsula, si è aperto il portello, dài, hanno detto gli altri, dài, tocca a te, buona fortuna. Mi avevano scelto perché sono uno di quelli che stanno meglio e potevo salire con tranquillità e dare così un esempio agli altri, quelli meno in forze e più spaventati. Altri tre compagni come me mi seguiranno, poi sarà il turno dei più debilitati. Sono entrato nella capsula, che è strettissima, ci si sta a filo, è larga 54 centimetri, praticamente è come mettersi un vestito e la faccia è schiacciata contro l’acciaio e potresti perdere la calma. Si è chiuso il portello, mi pareva di non poter respirare, ho chiuso gli occhi. La salita mi è sembrata lenta, lentissima. Saliva la Phoneix con piccole scosse e scricchiolii, pareva non finisse più. Poi c’è stato un sobbalzo, poi si è fermata, poi ho sentito delle mani che mi aiutavano a uscire, poi mi hanno messo degli occhiali scuri anche se era da poco passata mezzanotte ma lo spiazzo davanti alla miniera era illuminato a giorno. Ho gridato, ho sentito applausi, ho sentito il profumo dell’aria secca del deserto, che mi accarezzava il viso, com’è dolce, com’è bella l’aria, volevo vedere la luna in cielo, ma i fari me lo hanno impedito. Ho sentito un grido, mi sono girato, era mio figlio, ha otto anni. Ragazzo, ho detto, ragazzo sono qui. Poi ho abbracciato mia moglie poi, pensate, perfino il presidente del Cile Pineda, E dopo mi hanno portato via, all’ospedale. Avrò tempo per raccontare, avrò tempo per cercare di abituarmi a questa vita, avrò tempo per dimenticare, chissà, quella stanza buia dove ci siamo trovati in trentatre, dove abbiamo vissuto assieme, dove ci siamo confortati uno con l’altro. Nel buio per 69 giorni, ci pensate?

E adesso siamo arrivati al finale. Il pozzo è abbastanza solido ma è stato rafforzato con tubi di metallo soltanto per i primi cento metri nella parte superiore del foro, fino a una leggera curva, prima che diventi quasi verticale per la maggior parte del resto della sua discesa.
Poi una capsula di fuga battezzata con il nome di Phoenix e costruita da ingegneri navali cileni, con ruote a molla prementi contro le pareti del pozzo, è stata calata tramite un verricello fino sul fondo per poi risalire portando in alto un minatore alla volta.
Il ministro della salute Jaime Manalich ha confermato che un elenco era stato redatto con l'ordine in cui i 33 minatori sarebbero stati tratti in salvo. L'ordine finale è stato determinato da un medico delle forze speciali della Marina, calato nella miniera con il compito di preparare gli uomini per il loro viaggio verso la salvezza. Il medico ha deciso di far partire per primi i minatori con le competenze necessarie per intervenire in caso di difficoltà della Phoenix, seguiti da quelli con lo stato di salute più precario e infine dai più forti.
Giovedì 14 ottobre, con un anticipo di diverse ore, tutti 33 i lavoratori sono stati tratti in superficie a 70 giorni da quella che era iniziata come una tragedia, ma sta finendo come una benedizione, come ha detto il presidente della repubblica Sebastian Pinera.

È finita. È finita con l’ultimo minatore, il caposquadra, Luis Urzua quello che aveva tenuto assieme i 32 compagni nei terribili giorni dopo il crollo della volta della miniera, quando nessuno sapeva che si erano salvati, che appena uscito dalla capsula abbracciava il presidente della Repubblica Sebastian Pinera, e diceva: Le passo il turno e spero che questo non accada più. Un turno di 70 giorni, un po' troppo lungo, ha aggiunto.
Abbiamo fatto ciò che il mondo intero stava aspettando. Abbiamo avuto la forza, abbiamo avuto lo spirito, abbiamo voluto combattere, abbiamo voluto lottare per le nostre famiglie, e quella è stata la cosa più grande. Erano le 22 ora locale, le tre in Italia. Mi congratulo con lei, è stato un ottimo capitano, gli ha risposto il presidente Pinera.
La folla del Campo Esperanza è corsa giù dalla collina verso il pozzo, volavano in cielo coriandoli e palloncini, champagne è stato spruzzato sulla capsula Phoenix, finalmente ferma con i suoi colori della bandiera cilena.
Nella capitale Santiago, migliaia di persone riunite in Piazza Italia, hanno sventolato bandiere e cantato slogan in onore dei minatori.
Nella vicina Copiapò, circa 3.000 persone si sono radunate nella piazza del paese, dove un enorme schermo trasmetteva in diretta il salvataggio. La folla sventolava bandiere cilene di tutte le dimensioni e soffiava nelle vuvuzelas rosse mentre una fila di automobili ha cominciato a correre attorno alla piazza suonando il clacson. Dappertutto il grido: Viva Chile.
Nessuno nella storia è sopravvissuto così a lungo intrappolato nel sottosuolo. Per i primi 17 giorni, nessuno sapeva nemmeno se i minatori  fossero ancora vivi. Nelle settimane che sono seguite, il mondo è stato affascinato dalla loro resistenza e unità.
Adesso tutto è finito. Tanti auguri, ragazzi.

Alcuni dati sono stati tratti da AQUA, quotidiano di ambiente, natura, vita

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