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03 marzo 2011

Col denaro si possono comprare ville, giornali, pulzelle e altro ancora, non dignità e onore

Nella sua collezione di vergogne pensavo mancasse solo il plagio d'autore. Adesso scopro che c'è stato anche quello. Certo, aveva una ventina di anni in meno e non era presidente del consiglio. Era, tuttavia, un uomo di potere e successo, in grado di intendere e di volere, già padrone di Mediaset.

Mi piacerebbe rivederlo quel programma su canale 5 con la giovane dipendente che ne vanta l'enorme bagaglio culturale e a lui che si schermisce per il pudore - pensate - quella di rincalzo: Lei è anche un grande studioso dei classici, non faccia il modesto. Lei, dottore, ha appena pubblicato un’edizione pregiata dell’Utopia di Tommaso Moro, con una bellissima prefazione e una perfetta traduzione dal latino.

In questa storia c'è già in nuce tutto il personaggio: l'essersi appropriato della traduzione dell'Utopia di Tommaso Moro, prefazione di Luigi Firpo compresa, averla fatta pubblicare a suo nome in un'edizione pregiata per pochi cultori e averla fatta circolare fra gli amici, mi sembra una cosa inverosimile ma è successa. Fa il paio col modo spregiudicato col quale si è appropriato di Villa San Martino strappandola ad un'orfana minore, non in grado di proteggersi.

Un personaggio del genere, capace di tanto, che poi vada a caccia di belle fanciulle, anche minorenni, per allietare le sue serate oscene, se fosse il nostro vicino di casa, lo terremmo alla larga e cercheremmo di evitare di incrociarlo per strada. Essendo, invece, il padrone di mezza Italia e il presidente del consiglio, non solo lo giustifichiamo ma addirittura gli permettiamo di distinquere ciò che è lecito da ciò che non lo è, ciò che è legale da ciò che legale non è, e ci accingiamo a conformarci ai suoi voleri.

Adesso, per esempio, mentre gli Italiani chiedono, tra l'altro, una giustizia giusta, efficace nei tempi e nella certezza della pena, il miglior imbonitore degli ultimi 150 anni e passa è tutto preso da leggi, leggine e sotterfugi vari che gli consentano di scansare i processi che lo riguardano e i conseguenti giudizi. E si ritrova intorno tanti yesman proni, pronti ad assecondarne ogni velleità perchè nati per essere servi.
In un Paese in cui il 30% dei giovani e il 50% delle donne non trova lavoro, con la situazione esplosiva sulle coste del Mediterraneo meridionale, l'agenda di governo ha come priorità assolute il processo breve, l'immunità parlamentare, la legge sulle intercettazioni, contrabbandate come urgenti e, addirittura, reclamate dagli Italiani.

Le dimissioni da ministro e da deputato del barone tedesco Karl-Theodor zu Guttenberg, in seguito allo scandalo della sua tesi di dottorato ampiamente scopiazzata, ha riportato alla ribalta il caso italiano dell'appropriazione da parte di Berlusconi di una versione dell'Utopia di Tommaso Moro, prodotta dal compianto professor Luigi Firpo, emerito studioso di cultura rinascimentale, con particolare attenzione alla stagione tra Rinascimento e Controriforma.

Grazie al professor Firpo e alla moglie, signora Laura Salvetti, per averci dato modo di completare il quadro sull'uomo in tutta la sua cialtronesca volgarità.

Riproduco qui il racconto che la Sig.ra Laura ha fatto dell'episodio, riportato da Olga Piscitelli in Libertà e Giustizia

Da la Repubblica del 23 marzo 2006 -
Il Cavaliere e il libro copiato allo storico.
Così mio marito Firpo lo smascherò, di Marco Travaglio
TORINO – Un giorno d’estate di metà anni 80 Luigi Firpo se ne stava in poltrona nella sua villa sulla collina torinese con la moglie Laura. Faceva zapping in tv. Su Canale 5 una graziosa signorina intervistava il padrone, Silvio Berlusconi. E ne magnificava l’enorme bagaglio culturale: «Lei è anche un grande studioso dei classici». Il Cavaliere si schermiva: «Ma no, non dica così». E lei: «Sì, invece, non faccia il modesto. Lei, dottore, ha appena pubblicato un’edizione pregiata dell’Utopia di Tommaso Moro, con una bellissima prefazione e una perfetta traduzione dal latino». E lui: «Beh, in effetti il latino non lo conosciamo tutti, bisogna tradurlo». Firpo, grande intellettuale torinese, polemista della Stampa con i suoi “Cattivi pensieri”, ma soprattutto docente universitario di Storia delle dottrine politiche e fra i massimi esperti di cultura rinascimentale, drizzò le antenne. Anche perché aveva da poco tradotto e commentato un’edizione dell’Utopia per l’editore Guida di Napoli. L’intervistatrice attaccò a leggere la prefazione del Cavaliere. Dopo le prime due frasi, l’anziano studioso fece un salto sul divano: «Ma quella prefazione è la mia! È tutta copiata! Ma chi è questo signore? Ma come si permette?». L’episodio è tornato in mente a Laura Salvetti, la vedova di Firpo, qualche giorno fa, quando Silvio Berlusconi in una delle sue tele-esternazioni elettorali si è così descritto in terza persona: «Il presidente del Consiglio si è nutrito di ottime letture e ha un curriculum di studi rilevantissimo …». È corsa in archivio, ha estratto una cartella intitolata “Berlusconi”, ne ha cavato uno strano bigliettino autografo del Cavaliere e ha deciso di raccontarne il retroscena. «Era subito dopo le vacanze estive, credo in settembre. Firpo (lei lo chiama rispettosamente così, ndr), quando scoprì in tv che Berlusconi aveva copiato la sua versione dell’Utopia, si attaccò subito al telefono per avere quel libro. Gli risposero che era un’edizione privata, in pochi esemplari, riservata all’entourage del Cavaliere. Ma lui, tramite l’associazione milanese degli Amici di Thomas More, riuscì a procurarsi una copia in visione. La sfogliò e sbottò: “Non è un plagio, è peggio! Quello ha copiato interi brani della mia prefazione e la mia traduzione integrale dal latino, mettendoci la sua firma. Non ha cambiato nemmeno le virgole!“. Prese carta e penna e scrisse a Berlusconi, intimando di ritirare subito tutte le copie e annunciando che avrebbe sporto denuncia. Qualche giorno dopo squillò il telefono di casa: era Berlusconi». A questo punto inizia un irresistibile balletto telefonico, con il Cavaliere che cerca scuse puerili per placare l’ira dell’austero cattedratico, e questi che, sbollita la furia, si diverte a giocare al gatto col topo. Firpo minaccia di mettere in piazza tutto e trascinarlo in tribunale. «Berlusconi – ricorda la moglie – incolpò subito una collaboratrice, che a suo dire avrebbe copiato prefazione e traduzione a sua insaputa. E implorò Firpo di soprassedere, pur precisando di non poter ritirare le mille copie già stampate e regalate ad amici e collaboratori. Firpo, capito il personaggio, cominciò a divertirsi alle sue spalle. Lo teneva sulla corda con la causa giudiziaria. E Berlusconi continuava a telefonare un giorno sì e un giorno no, con una fifa nera. Pregava di risparmiarlo, piagnucolava che uno scandalo l’avrebbe rovinato». Pure Franzo Grande Stevens, famoso avvocato e consigliere di casa Agnelli, che di Firpo era amico anche per via della comune candidatura nel Pri, seguì la faccenda da vicino: «Firpo mi raccontò di quel plagio. Era esterrefatto. Anche perché Berlusconi, anziché scusarsi, dava la colpa a una segretaria. Poi cercò di rabbonirlo con regali costosi, che il professore rispedì sdegnosamente al mittente». «Passava – ricorda la moglie Laura – intere mezz’ore al telefono col Cavaliere. E alla fine correva a raccontarmele, fra l’indignato e il divertito: sapessi quante barzellette conosce quel Berlusconi. E’ un mercante di tappeti, una faccia di bronzo da non credere, sembra di essere in una televendita». Il tira e molla si trascinò per mesi. Anche con uno scambio di lettere, ancora riservate (saranno pubbliche solo nel 2009, vent’ anni dopo la morte dello studioso). Per ora c’è solo quel bigliettino rimasto nei cassetti della signora Laura, visto che era indirizzato anche a lei: «Accompagnava un doppio regalo per Natale, credo del 1986. Nel frattempo Berlusconi aveva pubblicato un’edizione riveduta e corretta dell’Utopia, senza più la prefazione copiata e con la traduzione di Firpo regolarmente citata. Ma Firpo seguitava a fare l’offeso, ripeteva che la cosa era grave e la stava ancora valutando con gli avvocati. Un giorno lo invitarono a Canale 5 per parlare del Papa e si ritrovò Berlusconi dietro le quinte che gli porgeva una busta con del denaro, “per il suo disturbo e l’onore che ci fa”. Naturalmente la rifiutò. Poi a Natale arrivò un corriere da Segrate con un bouquet di orchidee che non entrava neppure dalla porta e un pacco: dentro c’era una valigetta ventiquattr’ore in coccodrillo con le cifre LF in oro». Il biglietto d’accompagnamento è intestato Silvio Berlusconi, datato “Natale 1986? (ma l’ultima cifra è uno scarabocchio) e scritto a penna: “Molti cordiali auguri ed a presto. Spero! Silvio Berlusconi”. Poi una frase aggiunta a biro: “Per carità non mi rovini!!!”. Ma Firpo continuò il suo gioco: «Rispedì la borsa a Berlusconi, con un biglietto beffardo: “Gentile dottore, la ringrazio della sua generosità, ma gli oggetti di lusso non mi si confanno: sono un vecchio professore abituato a girare con una borsa sdrucita a cui sono molto affezionato. Quanto ai fiori, la prego anche a nome di mia moglie Laura di non inviarcene più: per noi, i fiori tagliati sono organi sessuali recisi” Non lo sentimmo mai più».
Questa è l'ultima volta (giuro) che dedico il mio tempo e la mia attenzione a tratteggiare aspetti della vita e dell'opera di un personaggio tanto spregevole. Gli Italiani hanno da tempo tutti gli strumenti per capire in quali mani hanno affidato le sorti del Paese.
Mi riservo di tornare a parlare ancora di lui quando sarà costretto a lasciare, con grande infamia spero, la guida di un governo del fare solo ciò che a lui aggrada e fa comodo. Per esultare assieme a quanti, da tempo, ne osservano con raccapriccio le indecenti gesta.

Leggi: Thomas More - Utopia, a cura di Luigi Firpo

Quel libro di Firpo firmato Berlusconi

Visita anche la Fondazione Luigi Firpo

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