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27 marzo 2012

Perché questo governo se ne deve andare

  • Perché non avrebbe mai dovuto nascere se avessimo avuto in parlamento una classe politica degna di questo nome. 
  • Perché non sta governando nell'interesse degli Italiani ma su mandato rigido di strutture ademocratiche esterne. 
  • Perché vuole strafare, essere il primo della classe, andando oltre le stesse indicazioni della Commissione europea in fatto di flessibilità riguardo al mercato del lavoro. 
  • Perché è il rappresentante in loco di una finanza utilizzata come veicolo di speculazione che ha sviluppato profitto senza produzione. 
  • Perché quando il suo capo da Seul (Km 9000 da Roma) lancia al parlamento, alle forze politiche e sociali il monito in forma di editto se il Paese non è pronto non chiederemo certo di continuare per arrivare a una certa data, non dimostra buonsenso ma una rigidezza degna di altre circostanze; carica di significati estrinseci il duro scontro sull'art. 18 avallando, senza volerlo, le ragioni di quanti ne temono lo smantellamento; dimostra insensibilità nei confronti di un parlamento che, seppur screditato, non può e non deve abdicare del tutto alle proprie prerogative di rappresentante legittimo delle istanze espresse dal Paese se non vuole rischiare la fine di un sistema democratico e costituzionale come lo conosciamo.   
(...) non è una crisi ciclica ma crisi dello stesso sistema capitalistico, una crisi che investe infatti il mondo occidentale industrializzato a livello finanziario economico e sociale. 
La conclusione di un periodo trentennale di politiche liberiste, terziarizzazione dell’economia e predominanza della rendita finanziaria ci porta ad oggi, e quel che è peggio sono le scelte imposte da organismi ademocratici come la BCE e l’FMI, ancorati alle politiche liberiste che hanno generato la crisi, causando una spirale negativa che ci porterà nel baratro. L’obiettivo principale di queste misure è far pagare i ceti popolari tutto il peso della crisi, abbattendo i diritti ed il welfare nato dalle lotte dei lavoratori. In Europa molti paesi sono in recessione, 24 milioni sono i disoccupati, il 30 % dei giovani in Italia, dove non si intravvedono politiche espansive; così facendo la situazione sarà sempre più grave, stretti tra recessione ed ottuso rigore la vita sta diventando per grandi masse sempre più difficile, a Milano il 90% degli sfratti sono per morosità e i nuovi poveri sono aumentati del 12% rispetto l’anno precedente, 118.000 disoccupati e tante altre migliaia in CIGS destinate a diventare disoccupazione. I padroni vogliono attaccare in modo definitivo i diritti dei lavoratori, già piegati da flessibilità e precarietà, l’ultimo atto, l’attacco all’art 18. 

L’art.18 è un simbolo, chi vince su questo tema ha vinto per i prossimi 30 anni, non c’entra niente con il rilancio dell’economia e della competitività: è semplicemente l’esercizio di una cosa antichissima che si chiama lotta di classe, in questo caso subita dai lavoratori. Subita anche perché manca una rappresentanza politica. 


Ci portino, per favore, alle elezioni e sono certo che sapremo cavarcela anche senza tecnici e professori al governo, che sembrano essersi assunti il compito di far pagare, ancora una volta, a decine di milioni di persone una crisi di cui non sono responsabili salvaguardando quanti di questo disastro sono i veri colpevoli accertati. 

Articolo 18, così il modello Monti-Fornero è più duro delle proposte della Commissione
Il tabù rovesciato
Difendere l'articolo 18! Unire i comunisti e la sinistra!
L'iniquità del governo in carica
Cosa possiamo aspettarci da un governo di sconosciuti e da un parlamento di nominati?

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