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21 dicembre 2012

Monti: da Cincinnato a Capo di partito

Era stato chiamato a salvare la Repubblica sull'orlo del baratro. Si era presentato sobriamente in loden, pronto a misurarsi con l'arduo compito, non proprio agevole visto il parlamento che si è trovato di fronte. Appariva intimidito e incerto quando, circondato dalla scorta, si augurava che quella vita a libertà vigilata non durasse a lungo. Del resto, su richiesta andava ripetendo in tutte le salse che, portato a termine il mandato straordinario, sarebbe tornato alla sua Bocconi; il Montibis non lo prendeva neanche in considerazione. Lui era un tecnico di razza e schifava la politica politicante. Dall'alto del suo scranno di senatore a vita, avrebbe svolto una sana funzione di moral suasion in quella bolgia di matti. Si intravedeva per lui, comunque, un futuro istituzionale come riserva della Repubblica e appariva chiaro che non sarebbe tornato a coltivare i suoi campi

Negli 11 mesi di governo tecnico, i risultati si sono avuti, specialmente nei rapporti con l'Europa e con il resto del mondo. Monti è riuscito, infatti, a riportare l'Italia nel consesso delle nazioni che contano ridandole il ruolo di partner affidabile. 


Timida e incerta, invece, l'azione in politica interna. Le uniche riforme messe in atto sono state quelle che, dettate - come si dice - da estrema urgenza, hanno colpito i pensionati, il mondo del lavoro e della piccola impresa. Altre hanno favorito e salvato le banche ma poco o niente è stato fatto nei confronti della finanza drogata, dei grandi patrimoni accumulati illegalmente, dei capitali fuggiti all'estero. 
Gli interventi fiscali e i tagli indiscriminati ai servizi sociali hanno allargato la forbice fra una minoranza di ricchi, sempre più ricchi, e una maggioranza di poveri, sempre più poveri, portando all'estinzione la classe media e avviando una spirale recessiva insopportabile.
Quell'equità tanto sbandierata inizialmente, non si è materializzata. È rimasto solo il rigore a danno dei più deboli.

Adesso, smentendo tutti i suoi propositi della prima ora, il tecnico Monti dismette i panni di Cincinnato e, sostenuto da un centro fatto di vecchi politicanti, compromessi con le peggiori astruserie di una tradizione politica che pensavamo morta, e da un nuovo in cerca d'autore che con quel mondo ha intrallazzato (e come!); con la benedizione dei poteri finanziari interni ed internazionali e di grandi aziende come la FIAT, si accinge a scendere nell'agone con la consapevolezza, si spera, che potrà farsi male.

Tradisce, intanto, platealmente quel ruolo super partes che lo avrebbe destinato ad altre, alte funzioni istituzionali; la stessa autorità di senatore a vita ne risulta sminuita. Decidendo di mettere il suo futuro politico nelle mani del gruppo minoritario tra quelli che componevano la maggioranza parlamentare che aveva sostenuto il suo esecutivo, tradisce  anche quella. 
Scelta infelice, dunque, foriera di altri guai per questo Paese. 

Ma non è solo Monti l'incoerente. Basta rivedere il video del monologo di Travaglio nell'ultima puntata di Servizio Pubblico, per rendersi conto da quale genìa è popolato il sottobosco della politica italiana. 


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