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Amo riflettere e ragionare su quanto vedo e sento.

Benvenuto nel mio blog

Dedicato a quei pochi che non hanno perso, nella babele generale, la capacità e la voglia di riflettere e ragionare.
Consiglio, pertanto, di stare alla larga a quanti hanno la testa imbottita di frasi fatte e di pensieri preconfezionati; costoro cerchino altri lidi, altre fonti cui abbeverarsi.

Se vuoi scrivermi, usa il seguente indirizzo: mieidee@gmail.com

25 luglio 2012

Tredicesime: trovata finale per far cassa?

I Poveri: in tempo di guerra, carne da macello; in tempo di crisi, numeri contabili

Sembra che per far cassa il governo dei tecnici consideri la possibilità di tagliare la tredicesima mensilità a dipendenti e pensionati pubblici. Dopo aver aumentato imposte e accise, dopo essere intervenuto massicciamente e proditoriamente sulle pensioni, dopo una serie di tagli ad ampio spettro, l'esecutivo tecnico si accorge, ahimè, che il pil si riduce, le aziende chiudono, aumentano i disoccupati e il debito pubblico continua a crescere mentre lo spread raggiunge nuovi record per niente esaltanti. 
Non ci voleva una laurea in economia nè una cattedra alla Bocconi per capire che i provvedimenti dei tecnici avrebbero ancor più depresso l'economia reale in una spirale micidiale e irreversibile. La cura da cavallo imposta alla Grecia, i massicci salassi subiti dalla Spagna abbiamo visto chiaramente dove portano. L'Italia segue a ruota e, continuando di questo passo, la sua sorte sembra segnata. 
Occorre un cambio di passo deciso e coraggioso. I soldi vanno presi dove ci sono, e in abbondanza, e rimessi in circolazione a favore delle imprese e delle classi più deboli, e non delle banche.  Solo rimettendo in circolazione liquidità, si può dare ossigeno indispensabile a quella che, finalmente, lo stesso Monti chiama economia reale.
Non è un caso che a contestare l'eventuale taglio delle tredicesime non siano stati per primi gli stessi interessati ma i rappresentanti delle categorie commerciali che si sono immediatamente resi conto che il provvedimento inciderebbe pesantemente su un settore già profondamente colpito dalla crisi. 
Vorrei solo aggiungere che le tredicesime, sia quelle pubbliche che le private, sono soltanto un accantonamento annuo su stipendi e pensioni che viene aggiunto alla mensilità di dicembre, non un dono grazioso da parte dello Stato e dei datori di lavoro privati. Fanno parte integrante, cioè, dello stipendio e non sono, perciò, nella disponibilità del governo o di chiunque altro voglia appropriarsene.
Se è vero che il 10% della popolazione possiede il 50% della ricchezza del Paese, se è vero che i beni dello Stato corrispondono all'incirca all'ammontare del debito pubblico, è lì  che un governo serio e amante dell'equità andrebbe a cercare risorse, oltre naturalmente a ridurre con equilibrio e  oculatezza le voci di spesa. Accanirsi contro i poveri cristi, non solo è profondamente ingiusto ma, a pensarci bene, anche controproducente. 

17 luglio 2012

Nicole Minetti, prima vittima sacrificale per l'ultimo restyling del Cavaliere Mascherato


Deve dimettersi da consigliere regionale, e deve farlo in fretta - glielo impone senza mezzi termini niente di meno che il Segretario del partito, l'Angelino senza il Quid; se ne è accorta anche la Santanché che Nicole non è più idonea alla politica. Adesso che il Cavaliere ha avviato l'ultimo travestimento, indossando gli abiti dell'anziano politico casto e morigerato, ridisceso in campo per rilanciare la rivoluzione liberale e salvare il Paese dai Tecnici e dai comunisti, non c'è più spazio per le Minetti, le Olgettine, i bunga bunga e le lap dance. 

Adesso si fa sul serio: gli italiani hanno bisogno di lui, della sua sesta discesa in campo e glielo chiedono con insistenza, in tutti i modi. E gli cantano, fino alla presentazione dell'inno del nuovo partito, meno male che Silvio c'è.

Ma siamo sicuri che basteranno le dimissioni di Nicole per tonificare Culo Flaccido

Lei, intanto, resiste. 
Starà contrattando un'onorevole buonuscita o perfezionando qualche arma segreta

15 luglio 2012

Tecnici: rozzi e inadeguati. Politici: volgari e inconcludenti


Il governo dei tecnici, condizionato da questi politici, ha offerto di sè una prova modesta e spesso controproducente. In tutti i suoi provvedimenti ha mostrato un atteggiamento da puro contabile che, nel tentativo di ridurre gli sprechi, ha tagliato servizi essenziali; allo scopo di far cassa, ha aumentato tasse, imposte e accise colpendo di preferenza i ceti più deboli e bisognosi di sostegno; ha continuato, un giorno sì e l'altro pure, a parlare di crescita senza avere un'idea, un modello di sviluppo per il Paese. Sembra aver agito con l'unico scopo di salvare le banche e mostrare numeri migliori all'Europa della Merkel, spesso senza neanche riuscirci, e portando l'economia reale in una condizione di gravissima recessione. 

L'unico merito che gli si può, senz'altro, attribuire è quello di avere messo nell'angolo un personaggio da barzelletta, spernacchiato in tutti i consessi internazionali, mostrando all'estero finalmente il volto della serietà e della sobrietà. Salvo, però, avergli dato fiato con le scelte impopolari, spesso anche inadeguate, compiute. 
Se a parlare di macelleria sociale nelle scelte del governo non sono i sindacati, i rossi comunisti o i cittadini tartassati, ma addirittura il vertice della Confindustria, i sobri tecnici se ne adombrano e tirano in ballo lo spread. Se gli industriali fanno intravedere la possibilità di ricorrere ad una patrimoniale che colpisca le grandi ricchezze consolidate, fanno finta di non sentire. 
I politici, da parte loro, continuano a giocare a rimpiattino e, mentre annunciano una riforma costituzionale complessa e inattuabile, non riescono a produrre uno straccio di legge elettorale decente che ci porti alle urne in un clima sereno con programmi chiari per il futuro. Intanto quella che chiamano antipolitica cresce assieme alla rabbia e all'indignazione dei cittadini. 

11 luglio 2012

Per Giovanni ed Emanuela

Il sole non spunterà più per loro, 
non faranno più progetti per il futuro 
né per il dolce frutto dell'amore 
che avevano concepito. 
Uno schianto improvviso, fatale, 
ha dilaniato i loro corpi, 
fermato per sempre il loro respiro 
nell'ultimo abbraccio straziante, 
fra le lamiere contorte, 
lungo la Fondovalle Palermo - Sciacca 
che percorrevano nell'ora più calda 
di un luglio infuocato. 

Io non li conoscevo di persona 
ma la loro sventura mi ha turbato 
come ha sconvolto quanti li conoscevano e stimavano. 
Penso allo strazio dei genitori e familiari 
e a quanto sarà difficile per loro trovare conforto. 



Non si può morire a trent'anni, 
ad un anno dalle nozze, 
assieme ad una creatura 
che chiude gli occhi alla vita 
ancor prima di vedere la luce. 

Non è giusto! Non è umano! 



Neanche a credere che Dio 
non turba mai la gioia dei suoi figli, 
se non per prepararne loro una più certa e più grande. 

07 luglio 2012

Ecce Italia: una pecora tosata tra belati inauditi

Avessi l'arte del vignettista, rappresenterei l'Italia attuale come una pecora impaurita e frastornata, tenuta strettamente per le zampe dai rappresentanti parlamentari di maggioranza e opposizione mentre i tecnici al governo, gelidi e disumani, la tosano a sangue, insensibili ai belati e ai lamenti. Essi, tutto sommato, stanno facendo il loro mestiere, impegnati come sono a risanare, con una certa coerenza, le finanze dello Stato e a tentare di riportarci nel gregge europeo. I pecorai, invece, mostrano la più insopportabile ipocrisia quando li invitano ad operare con delicatezza, senza fare male. 

Nello stato in cui siamo sprofondati, risulta comprensibile la reazione rabbiosa di quanti strappano il certificato elettorale dichiarando di astenersi dal voto alle prossime politiche; comprensibile appare anche l'insistenza di molti nel richiedere alle maschere dei politici di lungo corso di uscire dalla scena lasciando il campo a nuovi soggetti; giustificato sembra, altresì, l'improvviso e incredibile exploit della formazione capitanata da un personaggio discutibile come Grillo. Meno comprensibile sembra, invece, l'astioso attacco al governo tecnico per le scelte impopolari che è costretto a fare. Ancora meno comprensibile e, direi, inspiegabile, l'atteggiamento di quanti - e non sono pochi - auspicano il ritorno in pista del campione dello sfascio; di colui che ha promesso da decenni la rivoluzione liberale e le grandi riforme mai attuate; ha usato il potere e le istituzioni con istinto predatorio a fini esclusivamente privati. 

E a quella cantante italiana che invitava gli elettori a provarlo, tanto se non ci convince possiamo sempre cacciarlo a calci in culo, chiederei se il tempo di quel calcio, anche da parte sua, non sia venuto da lunga pezza. 

28 giugno 2012

A volte tornano...


... come le zanzare fastidiose e persistenti e le mosche spudoratamente petulanti nelle ore afose e umide delle giornate estive. 

I Cicchitto, le Santanchè, gli Stracquadanio, anche il Brunetta, imperversano negli spazi della RAI ancora sotto il controllo della Lei, e in quelli Mediaset dominati dal ritorno in scena del padrone non ancora domo. Vengono a propinarci le loro ricette di buon senso, per battere la crisi acuita - a loro dire - dal governo dei tecnici. Che loro, a parole sostengono, ma nei fatti detestano come un'anomalia insopportabile che ha usurpato il potere all'unto del Signore. 

Questi pregusta già la rivincita e il rientro nel suo regno con tutti gli onori. Dopo aver tentato inutilmente di approdare ipso facto alla repubblica presidenziale con l'elezione diretta del capo dello Stato, ha mandato all'aria le primarie proposte dal suo segretario, ex delfino, considerandosi l'unico rappresentante dei moderati cui il popolo avrebbe garantito la premiership. Fallito miseramente anche questo tentativo per i mugugni più o meno rumorosi di una parte cospicua del suo entourage, adesso si propone come ministro dell'economia in un governo presieduto dall'Angelino. Così non dovrà più contrastare con quel Tremonti che si credeva davvero ministro dell'economia. 

Dopo la prova, non proprio esaltnte, di Monti e i suoi tecnici, lo sentiremo, pimpante e giovanile come non mai, blaterare di crisi dell'Europa e dell'euro, di fallimento del governo tecnico rivendicando, in una campagna elettorale senza fine, i meriti del proprio governo che aveva tenuto i rossi lontani dalla stanza dei bottoni, e l'impegno per una rivoluzione liberale che finalmente porterà l'Italia fuori dal guado. Con lui, campione del più insostenibile monopolio mediatico! 
E tutto questo come se nulla nel frattempo fosse accaduto nel Paese in cui povertà, disoccupazione, squilibri sociali sono aumentati a dismisura. 

Gli Italiani non sono scemi del tutto e, dopo 18 anni di favole e illusioni, sono certo che lo manderanno finalmente a quel paese. 

23 giugno 2012

SPREAD - CRESCITA - MERCATI

... le parole più usate e ripetute, più o meno a sproposito, su giornali e tv per spiegare la crisi che ci avvolge e stritola tra le sue spire. 

Tutti misurano giornalmente la differenza tra il tasso d'interesse dei nostri titoli di Stato e quelli tedeschi; tuttti invocano la crescita in un Paese asfittico, annichilito da una pressione fiscale insostenibile e da una disoccupazione a due cifre; tutti parlano di mercati indicandoli come i veri responsabili dei nostri problemi. 

A pochi viene in mente di ricordare che siamo un Paese vissuto per decenni al di sopra delle proprie possibilità, con una classe politica inadeguata e autoreferenziale che non ha saputo per tempo realizzare le riforme necessarie e urgenti; in cui il 10% della popolazione possiede il 50% della ricchezza e delle risorse disponibili e il tasso di invecchiamento della stessa è assai elevato.

Come uscire dalla crisi?
Costruendo un'Europa solidale, dei popoli oltre che delle banche; assicurando una redistribuzione del reddito e dell'imposizione fiscale al livello europeo; garantendo politiche di sostegno a vantaggio dei giovani e per la stabilizzazione dei lavori precari; ridando, insomma, sul piano mondiale, l'immagine di un'Europa  Nazione e non coacervo di piccole patrie in contrasto perpetuo. 

11 giugno 2012

Italia Spagna 1 - 1: il tarlo del dubbio

Il calcio - se ben giocato - ha il merito di far dimenticare scandali, amarezze e delusioni. 

La partita di ieri tra Italia e Spagna ha offerto 90 minuti di bel gioco. Avrebbe potuto vincerla la nazionale italiana ma anche quella spagnola. 

Qui si affaccia il tarlo del dubbio: non è che, considerata la netta inferiorità delle altre due squadre del gruppo, le due formazioni latine avranno optato per un più equo, combinato pareggio? 

10 giugno 2012

Benvenuta l'autocandidatura di Claudio Fava alla Presidenza della Regione Sicilia

Sostenuta da un gruppo d'intellettuali tra i quali Pina Maisano Grassi, Gustavo Zagrebelsky, Dacia Maraini, Leo Gullotta, Nando Dalla Chiesa, Giuseppe Fiorello, Emma Dante, Letizia Battaglia, Moni Ovadia, Roberto Andò, Nino Frassica, Franco Battiato e Ninni Bruschetta, che l'hanno caldeggiata con il seguente appello: 
Le prossime elezioni regionali in Sicilia rappresentano l'occasione per un riscatto civile e politico dell'isola. Dopo l'inchiesta giudiziaria che ha coinvolto il presidente Lombardo e la condanna definitiva del suo predecessore Cuffaro, le siciliane e i siciliani hanno il dovere e l'opportunità di voltare pagina restituendo limpidezza alla politica e buon governo alle istituzioni regionali. La Sicilia merita un'altra politica e un altro futuro. Con questo spirito noi chiediamo a Claudio Fava, per la sua storia personale, l'impegno civile e la lunga militanza nella lotta contro la mafia, di candidarsi alla presidenza della Regione Sicilia. 

Finalmente un politico che rinuncia al gioco al massacro di certe primarie, che non trova la forza negli apparati e nelle coalizioni a perdere dei vertici dei partiti e scende in campo facendo affidamento sul proprio impegno di uomo di sinistra, sempre dimostrato, e sulle attese impellenti e irrinunciabili di tanti siciliani onesti e sinceri democratici. 

Adesso staremo a vedere come reagiranno i vertici dei partiti del cosiddetto centro-sinistra. Io voterò Claudio Fava e lo farò votare, come faranno tanti siciliani perbene che non sopportano più di vedere la propria terra devastata, oltre che dalla mafia, da una gestione politica collusa, insulsa e incocludente. Una politica che da troppi anni non è stata capace di utilizzare l'autonomia regionale al fine di salvaguardare le peculiarità isolane e favorire l'uso attento e responsabile delle risorse nell'interesse esclusivo della gente di Sicilia. 

È tempo che le Siciliane e i Siciliani si sveglino dal lungo torpore e pensino finalmente al loro futuro e a quello della loro terra. 

Chi è Claudio Fava 
Regione Sicilia, Claudio Fava annuncia la candidatura 

Scarica e leggi: 
Bottone I Siciliani

09 giugno 2012

Da un cantante da crociera ad un comico?

L'idea che da un cantante da crociera (per usare un eufemismo) si passi ad un comico, al fine di rinnovare la politica in Italia, fa venire i brividi. Quasi vent'anni addietro Berlusconi scese in campo convincendo gli Italiani che avrebbe rinnovato il Paese e la politica, e ci ha portati al punto in cui siamo, cioè alla bancarotta. Adesso Grillo, tra tante buone idee di rinnovamento e pulizia, predica l'uscita dall'euro e dall'Europa spingendo il Paese verso l'isolamento e il declino. 

Possibile che le forze politiche non riescano a rinnovarsi, ad espellere i cialtroni e i ladri dalle loro file, a proporre un progetto serio e credibile di società, di rilancio dell'economia e di sviluppo  nell'equità? 
Possibile che non riescano a parlare al popolo con il linguaggio della chiarezza e della verità? 
Possibile che dopo il governo sobrio ma vincolato dei tecnici siamo destinati a tornare alle maschere buffe? 


Vorrei sbagliarmi, ma siamo messi davvero male! 

06 giugno 2012

Grillo, l'M5S e il terremoto politico

È la prima volta dal dopoguerra che tutti i partiti, tutte le istituzioni, tutte le televisioni e (quasi) tutti i giornalisti si sono concentrati su di un unico bersaglio elettorale: "il MoVimento 5 Stelle". Tutti d'accordo per mantenere lo status quo. Se un movimento di popolo che rifiuta qualunque finanziamento pubblico, odiato dalla Confindustria e dai sindacati, dalla destra e dalla sinistra, attaccato persino dalla Presidenza della Repubblica e dai maggiori quotidiani nazionali, fa così paura, significa che un terremoto sociale è in arrivo. Il MoVimento 5 Stelle è il cambiamento che non si può arrestare, è il segno dei tempi. È l'avvento di una democrazia popolare che pretende di decidere, di controllare il destino del suo Paese, del suo Comune, della sua vita. 

Così ha inizio il Comunicato politico numero cinquanta di M5S ed hanno ben ragione Grillo e i suoi affiliati a cantar vittoria se è vero, com'è vero, che negli ultimo sondaggi il M5S verrebbe votato dal 20% della popolazione, subito dopo il PD al 25% e davanti al PDL, sceso al 17,2%. 
Quello che più impressiona è la tendenza ad aumentare i consensi, tanto che non meraviglierebbe se, nell'arco di qualche settimana, il movimento capitanato da Grillo riuscisse a raggiungere il Pd diventando la formazione politica più accreditata a guidare il governo del Paese. Altro che boom, sarebbe un terremoto dalle conseguenze ad oggi imprevedibili! Si capisce, eccome, la fibrillazione presente nelle forze politiche tradizionali, arroccate in parlamento con numeri che non hanno più alcuna corrispondenza nel giudizio degli elettori. Un exploit, quello del M5S, che sorprende anche aderenti e simpatizzanti, che miravano a diventare la terza forza nel prossimo parlamento e, invece, potrebbero essere chiamati, per volontà popolare, alla responsabilità di governo. 

Cosa faranno i partiti per contenere la marea? Saranno capaci di rinnovarsi e licenziare le cariatidi che li zavorrano? Ne avranno il tempo? Saranno in grado di cambiare la legge elettorale guardando alle attese degli elettori e non ai loro meschini giochi per la sopravvivenza? Anticiperanno la consultazione elettorale, come sarebbe opportuno visto il fallimento dei tecnici? O si trascineranno fino alla scadenza naturale favorendo il temibile avversario? Andranno al voto in ordine sparso o proporranno una grande coalizione di salvezza nazionale (?) nella speranza di tirare a campare?  

Qualunque cosa facciano, sembra che il tempo sia ormai scaduto e che per loro la catastrofe si avvicini. E poi? Sarà la catastrofe anche per il Paese? 

05 giugno 2012

Terremoto: ricominciare, nonostante tutto

Ho la netta sensazione che i terremotati dell'Emilia non solo sapranno risollevarsi e ripartire, ma daranno addirittura la scossa a un Paese tramortito tra la crisi dell'euro e la bancarotta della politica. 

Ripartiranno utilizzando al meglio le energie che fanno leva sull' ottimismo della volontà. 
Ci mostreranno - come già stanno facendo - che è sempre valido il detto: aiutati che Dio ti aiuta! 

I tanti episodi di cui siamo venuti a conoscenza, di gente che, invece di abbattersi e deprimersi di fronte alla catostrofe naturale, reagisce positivamente impegnando tutte le forze per rovesciarla, fanno ben sperare. 

La vita, nonostante - Massimo Gramellini 
Fonte: La Stampa 

02 giugno 2012

Il terremoto e il carattere emiliano

Il terremoto in Emilia mi ha consentito di riconoscere e apprezzare le grandi qualità di un popolo tenace e generoso. 
Gli abitanti di Mirandola, Cavezzo, Sant'Agostino, Finale Emilia, Bondeno e di tutti gli altri centri che non cito, vinto lo shock del duplice attacco, hanno affrontato il dramma come una sfida, una prova di resistenza. Hanno pensato subito a come far ripartire le attività produttive, ancor prima delle case. 
Allo Stato e alla comunità nazionale non chiedono nient'altro che l'aiuto solidale per rimettersi in piedi e poi fare da soli, come sanno fare, con la loro capacità operosa.

Anche a non volerlo, ho dovuto ripensare al terremoto del Belice di 44 anni fa. Il dramma è stato uguale ma diverse le reazioni. Quanto spreco di denaro mal gestito, allora! E quante persone impegnate, per anni, a fare del sisma uno strumento di sopravvivenza se non di vero arricchimento. Nel Belice furono soprattutto le povere abitazioni in conci di tufo a seppellire gli oltre 300 morti. Allora Belice divenne sinonimo di cattiva amministrazione, inefficienza e ruberie a danno della povera gente. In Emilia, viceversa, sono collassati soprattutto i capannoni industriali colpendo un'economia ricca e avanzata e seppellendo operai e imprenditori, tornati al lavoro dopo le prime scosse. 

In ambedue i casi, branchi di sciacalli (mai la trasposizione di nomi dal mondo animale al comportamento umano è stata più azzeccata, anche se va detto che in natura gli sciacalli fanno solo il loro mestiere) hanno razziato a man bassa quanto hanno potuto. Fenomeni di miserabile, selvaggia rapacità messi in ombra, per fortuna, da straordinari atti di coraggio, solidarietà e abnegazione.

In questo grave momento di crisi, il colpo di schiena degli Emiliani può rappresentare la spinta perché l'Italia tutta trovi la forza di risollevarsi e l'occasione per avviare la messa in sicurezza, non più procrastinabile, del territorio nazionale. 

Per evidenziare il carattere emiliano, mi piace riportare la testimonianza di un'insegnante della provincia di Ferrara e il commento di Corrado Augias
Caro Augias, sono una prof d’inglese in una piccola e deliziosa scuola media della provincia di Ferrara (Comacchio), dopo la prima scossa non ho mai sentito così forte il peso della responsabilità che il mio adorato mestiere comporta. Sì, insegnare bene, certo; formare dei cittadini, va bene, questo l’ho sempre vissuto: 25 giovani vite che maneggiano parole e zainetti più grandi di loro. Ma quando la nostra scuola ha cominciato a tremare e ho visto la mia classe atterrita e ho gridato "Sotto i banchi" e subito dopo "Tutti fuori! Ordinatamente!" ho sentito l’adrenalina fermare il respiro e allo stesso tempo quel senso di protezione atavico che li avrei presi in braccio uno per uno con la forza dell’incredibile Hulk. Nel campo aperto consolarsi è stato più facile ma altrettanto impegnativo; molti piangevano perché per un’ora non abbiamo saputo che cosa fosse successo ai parenti, alle case, i cellulari non prendevano e io continuavo a ripetermi "stai calma, sorridi e stai calma". Alle volte certi ministri ci hanno fatto sentire inutili appendici di una lavagna multimediale, poi succede una tragedia così. (lettera firmata) 
Un terremoto, come una guerra, è fatto anche di questi gesti che non è esagerato definire epici: pensare agli altri, tenere i nervi a posto, fare le mosse giuste, ordinatamente. Sono certo che in Emilia gesti così sono stati numerosi. Credo che molti, me compreso, abbiano sentito in modo particolare il dolore per questa sciagura. L’Emilia non è una regione come le altre, quel "Bel pezzo dell’Emilia" come la chiamò (2004) il nostro amico rimpianto Edmondo Berselli, è un concentrato di tutto ciò che ci piace in questo paese: ideali durevoli, un realismo temperato dalla fantasia, la passione per il lavoro ben fatto che non esclude il divertimento, le battute, anche quelle grasse, una religiosità alla don Peppone, lontanissima dalle perfide astuzie vaticanesche. Una terra di confine tra la cordialità mediterranea e l’efficienza settentrionale che non conosce gli eccessi di altre zone del paese, una terra la cui generosità comincia dalla sua cucina e finisce nella bonomia di quelle cadenze dialettali che richiamano da sole il buonumore. Anche il famoso comunismo emiliano, quando c’era, era di questa pasta, sapeva di agnolotti e di lambrusco e poi di cooperative certo; ma le cooperative non servivano solo ai finanziamenti politici, davano già nel nome il senso di quella orizzontalità dei rapporti che hanno lasciato ammirati i sociologi come Robert Putnam ("La tradizione civica nelle regioni italiane", 1993) e fatto delle sue scuole elementari un modello da studiare nel mondo. C’è un’altra caratteristica negli emiliani, la tenacia. Ne daranno prova anche adesso, ci possiamo scommettere. Corrado Augias 

01 giugno 2012

Se veniste a sapere che un cataclisma di potenza inaudita...

Se venite a sapere che un meteorite distruggerà la terra entro un mese, e non rimarrà nessuna forma di vita, continuereste a scrivere il racconto, il romanzo, o soltanto il diario personale a cui state lavorando? 

Questa la domanda che pone Roberto Cotroneo durante i suoi corsi di scrittura, riportata nella Lezione 1 del suo Manuale di scrittura creativa per principianti

A siffatta domanda risponderei, naturalmente, di no. Con la consapevolezza della fine imminente di tutto, non potrei continuare a riempire, come se niente fosse, le pagine del mio racconto o i fogli del mio diario personale. Non solo perché non avrei più la possibilità di essere letto da altri ma perché quell'impegno risulterebbe vacuo anche per me. Mi dedicherei, piuttosto, a prepararmi alla fine per renderla meno traumatica possibile, e mi riconcilierei con l'umanità dolente in un mondo destinato ad una prospettiva di morte ineluttabile. 

Potrei rispondere con le stesse parole che mi suggerisce l'autore in altre sue opere: 
Io ero diventato un uomo che non aveva più lettere da scrivere, libri da leggere, amici da incontrare. Guardavo le case e cercavo di spiare quello che c'era dentro, il buio oltre i vetri, le luci deboli; convinto che il tempo fosse solo una modalità dello spazio, e il passato qualcosa che sta un poco più in là, in fondo a quel corridoio. (da "L'età perfetta", Rizzoli) 
Come si potevano perdere le parole che correvano per il mondo, e con le parole perdere intere vite, intere storie che nessuno avrebbe potuto ricostruire uguali? (da "Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome", Mondadori)

Una domanda simile porrei a questi parlamentari (e ai loro sodali), eletti in un'altra era geologica, rappresentanti di un popolo che solo a sentirli parlare e a vederne le sagome prova nausea e sconcerto; che si muovono con qualche sicurezza solo dentro la fortezza destinata a crollare: se veniste a sapere che un cataclisma di potenza inaudita distruggerà le vostre incrollabili certezze e i vostri consolidati privilegi nell'arco di pochi mesi, continuereste a comportarvi come se niente fosse? O rivedreste radicalmente le vostre posizioni, fino a decidere di uscire di scena anzitempo e acquattarvi negli anfratti più nascosti di una caverna aspra e inaccessibile? 

31 maggio 2012

Il caro Capezzone! Ma dov'era finito?

Io ne ho perso da gran tempo le tracce. Mi divertiva tanto quando così compito, così a modo appariva dagli schermi nostrani a diffondere il verbo, con quel fare da maestrino precario che vuole accattivarsi la simpatia del preside. 


Malevolmente pensavo che avesse smesso la casacca della casa d'Arcore per cercare opportunamente nuovi lidi per altre avventure.  
Invece no! È ancora in trincea, a straparlare con l'usuale compitezza e l'aggiunta di qualche dose di sobrietà che, dati i tempi, non guasta. 

Ringrazio Michele Serra che l'ha scovato e ne offre questo delizioso quadretto nella sua rubrica su Repubblica.   
Da L’AMACA di MICHELE SERRA 
È solo un dettaglio. Ma vedere e sentire il redivivo Capezzone sbucare in un tigì per dire che «la vera grande opera è mettere in sicurezza tutto il Paese» desta totale sbalordimento. Neanche rabbia: puro sbalordimento. Ma come? Non era e non è, Capezzone, portavoce del partito di Berlusconi o di quel poco che ne rimane? E quando mai, nei lunghi anni di potere dell’uomo del ponte sullo Stretto, della New Aquila (!?), della cementificazione allegra, la messa in sicurezza di qualcosa è stata una priorità, o anche semplicemente un’urgenza? Non erano forse gli ambientalisti menagramo e nemici dello sviluppo a sostenere che bisognava usare tutti i quattrini a disposizione per aggiustare l’esistente, piuttosto che speculare sull’inesistente? Non erano forse gli intellettuali rompiballe, i geologi squattrinati, i vetero di ogni risma, quelli che remavano contro, a ripetere che è assurdo vaneggiare di grandi opere straordinarie in un Paese che, ordinariamente, si sgretola e cigola in ogni sua giuntura, strutturale e infrastrutturale? E adesso sbuca questo qui, verso l’ora di pranzo, a spiegarci che «la vera grande opera» è aggiustare quello che è rotto? Ma con che faccia? Con che coerenza? Con che curriculum? Con quali parole e quali atti alle spalle, che lo autorizzino a qualcosa di diverso da un doveroso silenzio? 
Salto mortale carpiato

30 maggio 2012

Monti e il Calcio da sospendere

Non sono stato particolarmente tenero con Monti, con il suo governo e con le scelte di politica economica che hanno finito per colpire a morte il ceto medio, i lavoratori e i pensionati del nostro Paese, ma la sua uscita sul mondo del calcio, i suoi scandali e malefatte la condivido in pieno. 


Quello del Calcio, infatti, è diventato un mondo in cui circola troppo denaro, alimentando la facile illusione di poterne fare a palate senza ritegno. Risulta, perciò, assai diseducativo per i più giovani che lo percepiscono non come palestra di vita e di crescita personale ma come mezzo per il raggiungimento della notorietà e di enormi guadagni, mai bastevoli. 

La frase del Presidente del Consiglio ha fatto inferocire tifosi, club e dirigenze che avrebbero poco da obiettare se considerassero responsabilmente lo spettacolo indegno e vergognoso offerto da alcuni anni a questa parte, da calciopoli al calcio-scommesse.  Ne riproduco, pertanto, la parte più significativa per un'attenta riflessione. 

Bisogna riflettere e valutare se non gioverebbe per due-tre anni una totale sospensione di questo gioco. È particolarmente triste e fa rabbrividire quando il mondo dello sport, che dovrebbe esprimere i valori più alti, si rivela un concentrato di fattori deprecabili. In questi anni abbiamo assistito a fenomeni indegni. 

29 maggio 2012

L'ULTIMA PATACCA DI ALFANO

...venduta porta a porta  

Anche lui, l'Angiolino, sembra diventato un venditore di piazza, con tutto il rispetto per i venditori che in questi tempi di magra sono costretti alle offerte straordinarie per vendere le patacche. Il padrone di casa - si fa per dire - il maggiordomo con cravatta a pois introduce l'ospite d'onore, con pois più piccoli sempre su fondo azzurro, dicendosi obbligato a disturbarlo ancora, dopo l'ospitata sull'esito delle amministrative, per spiegare la nuova proposta sul presidenzialismo. 

Traduco l'offerta Alfano in linguaggio mercantile: dateci l'elezione diretta del presidente della repubblica (Potrebbe essere Berlusconi? Da vedersi; credete sia questo il loro pensiero? Essi hanno a cuore, come sempre, l'interesse del paese) e noi siamo disposti a votare per una legge elettorale a doppio turno e, toh, mi voglio rovinare, nell'ipotesi di un'intesa sul primo punto potremmo anche votare una legge sul conflitto di interessi. Anche Sechi e l'insetto scoprono il conflitto di interessi e la portata della proposta. 
Ma guarda te! Ci darebbero anche una legge sul conflitto di interessi dopo averlo negato per 20 anni, ma con il loro eroe sul colle più alto. 

Bravi, bravi, bravi davvero! 
Per il bene dell'Italia questo ed altro! 




Alfano: Se c'è l'ok al presidenzialismo il Pdl darà quello al conflitto di interessi 

26 maggio 2012

La grande novità di Angelino e Silvio (video integrale della conferenza stampa)

Ma sentilo come parla! Sembra davvero il candidato ideale alla presidenza della repubblica riformata. Com'è pacato quando ripete le cazzate di sempre. E poi Alfano, con i suoi lapsus che sembrano calcolati. 


Quanta ipocrisia! Quante falsità! Quanta inadeguatezza a pochi mesi dalla scadenza della legislatura! 





L’INCOSCIENZA DI CANDIDARSI AL QUIRINALE (Una lettera ad Augias e il suo commento) 
Caro Augias, dev’esserci qualcosa che in Italia non funziona se Berlusconi propone l’elezione diretta del Capo dello Stato svelando chiaramente un’ambizione fin qui solamente accennata: andare lui stesso a coprire quella carica. Invece di una sollevazione generale, questo annuncio ha suscitato nelle opposizioni (opposizione in Italia!?) curiosità ed un principio di dibattito. Berlusconi, oltre ad essere al centro di un clamoroso conflitto di interessi, è tra l’altro il presidente del Consiglio che, va ricordato, ha portato il paese al collasso ed ancora, un pluri — inquisito con vari procedimenti pendenti, uno dei quali per prostituzione minorile. Ecco, mi pare che visti i fatti sia impensabile anche solo provare a discutere di riforme con una persona che, lungi dall’essere un politico, venne definito tra l’altro dall’Economist«Unfit to lead Italy». Com’è possibile che ancora oggi un uomo del genere non sia stato accompagnato verso una sorta di pensionamento dorato, magari in una delle sue residenze da sogno. Berlusconi al Quirinale sarebbe francamente troppo anche per un popolo abituato a considerare la politica un teatrino. (lettera firmata) 
Anch’io ho fatto un balzo sulla sedia quando la provvidenziale gaffe di Angelino Alfano (a meno che non fosse voluta) ha reso evidente anche a chi come il sottoscritto capisce poco di politica, qual era l’aculeo velenoso nascosto in una proposta di modifica all’apparenza ragionevole. L’uomo punta ancora lì: sette anni di impunità sono un’offa troppo ghiotta per chi si trova nelle sue condizioni. Chissà quante ‘cene eleganti’ al Quirinale. Non voglio ricordare il pessimo governo che ha presieduto, l’incoscienza di aver negato l’esistenza della crisi quando si era ancora in tempo per meglio tamponarla, le ripetute affermazioni che il peggio era alle nostre spalle, che i ristoranti che gli aerei, mentre stavamo scivolando laggiù dove oggi ci troviamo. Non voglio ricordare nemmeno le imputazioni allo stesso tempo gravi e ridicole di cui deve rispondere. Non cito nemmeno il conflitto d’interessi per cui, nella sciagurata ipotesi, siederebbe al Quirinale per la prima volta un uomo con le mani in pasta in numerosi affari non tutti non sempre trasparenti. Mi soffermo invece su un altro elemento: quest’uomo ha avvilito la nostra immagine nel mondo come nessun altro prima di lui. Il discredito di cui era circondato nelle sedi internazionali è testimoniato da innumerevoli filmati tutti reperibili in rete. Il ruolo assegnato al presidente della Repubblica dalla Costituzione è, tra l’altro, quello di alta rappresentanza del paese all’estero. C’è qualcuno, anche di quella parte politica, che potrebbe davvero tollerare di essere rappresentato nel mondo da questo ‘clown triste’? (Il commento di Corrado Augias)

24 maggio 2012

LA FINE DI UN SOGNO

Il Boss non si capacita: si è visto squagliare il partito tra le mani e vuole correre subito ai ripari. Ma non sa come fare. L'idea più condivisa fra i suoi gregari è quella di cambiare nome al partito per farlo diventare il movimento dei moderati con un programma alla Grillo e con il vecchio leader alla guida. 
Ma i moderati aspettano tutti di suicidarsi con lui? E poi, basta cambiare l'astuccio per rendere più appetibile il prodotto? Dopo l'esploit del M5S, il Boss dei boss sembra affascinato dal comico diventato profeta del cambiamento e vorrebbe attrarlo nella sua orbita o tentare di emularlo. Ma come fare?

Io avrei un consiglio disinteressato da dargli, se volesse ascoltarmi. Il miglior presidente del consiglio degli ultimi 150 anni ha dato ormai il meglio di sè al governo del paese, e i risultati si vedono tutti. Tornare in campo in quel ruolo non gli consentirebbe di fare di più e meglio. Non gli resta che giocarsi l'ultima carta: creare le intese e le alleanze a vasto raggio - lui ne è maestro - per farsi eleggere presidente della repubblica prima della fine della legislatura, grazie alle dimissioni pilotate di Napolitano.
Trasformato il Quirinale nella nuova sede per il bunga bunga e le gare di burlesque, potrebbe convocare tutti i leaders dei partiti, presenti in parlamento e non, e creare i travestimenti necessari per il governo della prossima legislatura. 
Tolta a Monti la fiducia e convinto Grillo a candidarsi, potrebbe dare a quest'ultimo l'incarico per la formazione del nuovo governo di unità nazionale. Bossi potrebbe uscire dall'angolo e diventare presidente del senato, alla camera la presidenza potrebbe andare a D'Alema per i suoi alti meriti di tessitore. Lusi e Belsito dovrebbero essere nominati d'ufficio, per meriti speciali, uno alla presidenza della corte dei conti e l'altro alla ragioneria dello stato. Anche a Bersani che ha vinto le elezioni amministrative occorre dare un premio: assaggiatore ufficiale della birra alle cene di gala del Quirinale.
Dopo queste operazioni chirurgiche, il presidente potrà liberarsi della zavorra che appesantisce il suo PDL e avviare le riforme necessarie e urgenti per un vero cambiamento: pdl e pd convergono in un'unica formazione dei moderati grazie ai buoni servigi di m5s, presidenza della repubblica e presidenza mediaset coincidono e concorrono alla rinascita del paese, la rai viene venduta al miglior offerente, sky viene bandita dal territorio nazionale, la legge elettorale viene modificata alla fine di ogni legislatura per adattarla alla situazione, il parlamento legifera sulle bozze ricevute dal presidente, il governo esegue e giornali e telegiornali diffondono. Il presidente, infine, nomina i vertici delle forze armate, dei media, degli enti locali, degli organismi di controllo, e si riserva di indicare i suoi delegati al concistoro per la nomina dei nuovi cardinali e per l'elezione del nuovo pontefice. Solo allora anche la presidnza della repubblica potrà diventare una carica ereditaria.
Questo è quanto gli italiani desiderano che venga realizzato al più presto. 

Berlusconi: Il Pdl è finito, guiderò io il nuovo partito 

23 maggio 2012

Per ricordare Giovanni Falcone venti anni dopo

con il pensiero rivolto alla piccola, povera Melissa e alle sue compagne. 

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. (Giovanni Falcone)                                                                             



I video di RaiNews24 e una riflessione di Loris Mazzetti  

Capaci e via D’Amelio. Vent’anni dopo - di Loris Mazzetti su articolo21 
Sono trascorsi vent’anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio. Il 23 maggio 1992 sull’autostrada che va dall’aeroporto di Punta Raisi a Palermo 500 chili di tritolo esplodono alle 17,56 al passaggio del giudice Giovanni Falcone. Muoiono con lui la moglie Francesca Morvillo, magistrato, gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Trascorrono solo 57 giorni, il 19 luglio, sempre a Palermo, Paolo Borsellino sta entrando nell’abitazione della madre… un telecomando fa esplodere una Fiat 126 imbottita con 100 chili di tritolo. Con il giudice muoiono gli agenti Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina. Erano stragi annunciate. Nei giorni successivi esplose una rabbia generale nei confronti di uno Stato che non era riuscito a evitarle. 
Con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino muore il riscatto, non solo di una regione, la Sicilia, ma di un Paese intero. Da servitori dello Stato, da magistrati che svolgevano semplicemente il loro lavoro i due giudici sono stati elevati a simbolo, a eroi. Stava scritto su un lenzuolo durante una manifestazione organizzata a Palermo subito dopo la seconda strage: “Non li avete uccisi, le loro idee camminano con le nostre gambe”.                                                                                                                 
In questi vent’anni altri magistrati hanno continuato il lavoro di Falcone e Borsellino: Gian Carlo Caselli, Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Roberto Scarpinato, Ilda Boccassini, Luca Tescaroli e altri ancora. Con le loro indagini ci hanno fatto comprendere che la mafia non è solo violenza e sopraffazione, ma è capacità di insinuarsi nella vita quotidiana. Oggi la criminalità organizzata è meno visibile, si è vestita in giacca e cravatta. I fatti ci dicono che tra mafia, politica e istituzioni vi è collusione. La condanna definitiva di Totò Cuffaro; il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri che avrebbe preso, secondo il pentito Stefano Lo Verso (il boss di Ficarazzi), il posto di Salvo Lima; le indagini sul presidente del Senato Renato Schifani; l’ex ministro del governo Berlusconi Saverio Romano; per non parlare di esponenti della magistratura e delle forze dell’ordine condannati in via definitiva. Cosa nostra ammicca al potere e il potere risponde. Tommaso Buscetta disse a Falcone, quando questi aveva iniziato ad indagare sul rapporto mafia e politica: “Decidiamo chi di noi deve morire per primo”.  Il pentito avvisò il giudice del rischio che stava correndo. Falcone aveva intuito che lì stava il cuore del problema. 
Per sconfiggere la criminalità organizzata bisogna recidere il suo rapporto con la politica. Il pm antimafia di Palermo Nino Di Matteo ha recentemente affermato: “Quando si incomincia ad indagare iniziano le polemiche, si mette in moto la delegittimazione e l’isolamento dei magistrati”. E’ esattamente quello che accadde a Falcone e Borsellino che, prima di essere uccisi, furono lasciati soli e traditi. 
Le stragi hanno travolto la politica da Giulio Andreotti a Oscar Luigi Scalfaro, che diventa presidente tra i due fatti criminali, il 25 maggio 1992; non a caso nel febbraio 1993, poco prima degli attentati di Firenze, Milano e Roma, a lui fu indirizzata una lettera arrogante, violenta, minacciosa, scritta dai famigliari di alcuni mafiosi detenuti in regime di 41 bis nelle carceri di Pianosa e dell’Asinara. Quello che i magistrati oggi si chiedono è se quelle minacce sortirono gli effetti desiderati. Sempre il 41 bis era uno dei punti contenuti nel papello di Totò Riina all’inizio della trattativa tra mafia e Stato. In Italia quante persone sanno che in una sentenza definitiva è sancito che Andreotti “ha avuto piena consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi (…) Che a sua volta ha coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss (…) ha chiesto favori, li ha incontrati, ha interagito con essi, ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi come l’assassinio del presidente della regione Piersanti Mattarella, nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati”? 
Falcone è esasperato e decide di abbandonare Palermo e quel Palazzo definito dei corvi e dei veleni. Lascia da sconfitto per mano dei colleghi e soprattutto dalla politica, ma non da vinto, arriva a Roma, al ministero della Giustizia con Claudio Martelli. Il 1992 è l’anno in cui la Cassazione conferma le condanna alla galera a vita per la cupola della mafia grazie al maxiprocesso. Le promesse fatte a Totò Rina di un “aggiustamento” non vengono mantenute. Prima ancora il Parlamento aveva approvato il decreto sulla creazione della Direzione nazionale antimafia, voluta e pensata da Falcone. Il suo lavoro a Roma comincia a produrre risultati importanti. La mafia reagisce, il sangue comincia a scorrere. Il 12 marzo viene ucciso Salvo Lima, il braccio destro di Andreotti in Sicilia. 
Paolo Borsellino pochi giorni dopo la strage di Capaci interviene alla fiaccolata dei boys scout  dell’Agesci: “La lotta alla mafia, il primo problema nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata lotta di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte nel sentire subito le bellezze del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale dell’indifferenza, della contiguità e quindi dello complicità”. E’ un atto d’accusa forte, drammatico ma ancora un volta inutile perché inascoltato. 
Dopo la morte di Falcone gli obiettivi della mafia sono i politici che non hanno mantenuto le promesse, che l’avevano tradita: Calogero Mannino, ministro per gli Interventi straordinari per il mezzogiorno, Carlo Vizzini ministro delle Poste e telecomunicazioni, Salvo Andò ministro della Difesa e Sebastiano Purpura, fedelissimo di Lima e anche il ministro Martelli ma per motivazioni diverse: aveva la responsabilità di aver chiamato Falcone al ministero. Borsellino decide di continuare la strada del suo amico Giovanni. Il suo impegno diventa frenetico. Era tornato a Palermo nel dicembre 1991 come procuratore aggiunto e nonostante l’ostracismo del procuratore capo Giammanco che gli vieta indagini nel capoluogo siciliano, diventa il punto di riferimento dei colleghi. Dopo la morte di Falcone anche dei colleghi di Caltanissetta che ha la competenza delle indagini sulla strage di Capaci. 
Borsellino aveva capito che la causa della morte dell’amico era il rapporto tra mafia, politica e istituzioni, aveva scoperto qualche cosa che lo ha fatto condannare a morte. In una intervista di Giuseppe D’Avanzo sulla deposizione che farà ai magistrati di Caltanissetta: “Fornirò ai colleghi notizie su fatti e circostanze di cui sono a conoscenza”. Purtroppo Borsellino verrà ucciso prima della deposizione. Lo dimostrano anche le parole della moglie Agnese contenute nei verbali degli interrogatori (agosto 2009 e gennaio 2010). Il giudice le aveva confidato qualche giorno prima della morte che il generale dei carabinieri Antonino Subrani (all’epoca comandante dei Ros) era pungiuto (apparteneva a Cosa nostra). Fu lui ad avallare la falsa ipotesi che Peppino Impastato morì mentre stava collocando una bomba per un attentato alla ferrovia. Impastato fu ucciso per ordine del boss Tano Badalamenti. Nell’ultimo incontro con la moglie Borsellino le confidò che la mafia lo avrebbe ucciso ma a permetterlo sarebbero stati i suoi colleghi. Il giudice era a conoscenza dei contatti tra gli ufficiali dei carabinieri Mori e De Donno con Vito Ciancimino. Nei giorni precedenti in un incontro casuale all’aeroporto di Fiumicino aveva saputo da Liliana Ferraro, direttore generale del ministero della Giustizia, che era arrivata una notizia da fonte confidenziale che era stata programmata una strage per ucciderlo e che la nota era stata inviata al procuratore Giammanco. Paolo Borsellino non ne sapeva nulla. 
Il vero potere è la mafia, e lo ha sempre dimostrato: ammazzando, mandando politici a Roma, trattando con lo Stato. Cosa nostra ha delle regole e le fa rispettare. Se decide di eliminare qualcuno, esegue. Lo disse Buscetta a Enzo Biagi, a proposito di Totò Riina quando era ancora latitante e capo dei capi: “Pare che faccia un vita nomale, partecipa ai vertici, stabilisce alleanze, è impietoso, astuto, pronto a capovolgere rapporti e a decretare sentenze di morte”.   
Perché Riina ha potuto starsene tranquillamente a Palermo?  Perché Bernardo Provenzano ha potuto fare il latitante per quarantatre anni nonostante che i carabinieri del Ros conoscessero la cascina in cui si nascondeva sin dal 1995 mentre l’arresto è avvenuto solo nel 2006? 
Cosa nostra, la criminalità organizzata in generale, continua ad essere un dramma che perseguita l’Italia e gli italiani che hanno il diritto di conoscere la verità. 

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