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Dedicato a quei pochi che non hanno perso, nella babele generale, la capacità e la voglia di riflettere e ragionare.
Consiglio, pertanto, di stare alla larga a quanti hanno la testa imbottita di frasi fatte e di pensieri preconfezionati; costoro cerchino altri lidi, altre fonti cui abbeverarsi.

Se vuoi scrivermi, usa il seguente indirizzo: mieidee@gmail.com
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08 gennaio 2015

Inizia la caccia all'extracomunitario?

Dopo l'orribile carneficina di stampo terroristico-islamista che ieri ha sconvolto la Francia, l'Europa e il mondo intero, riprende con vigore, anche da noi, l'indecente e sconsiderata caccia all'extracomunitario in quanto tale, a prescindere da ciò che fa e da come vive. 

Come antidoto a questa denigratoria campagna sempre attiva, consiglio la lettura di Ghetto Economy curato da Antonello Mangano, che ci documenta in modo dettagliato sulle condizioni di vita e di lavoro di decine di migliaia di migranti sfruttati, ricattati e violentati, manodopera a basso costo nelle regioni del profondo sud e in alcune aree del nord industrializzato. 


Dalla quarta di Copertina:
Le serre del doppio sfruttamento, sessuale e lavorativo. Le braccianti rumene e la loro dignità violata. I ghetti di Stato e le baraccopoli africane ai margini dei campi. I semi che diventano sterili. Le multinazionali e le società finanziarie. Ma anche tonnellate di succo d’arancia tagliate con sostanze chimiche. 
Sono solo alcuni orrori nascosti dietro l’etichetta del supermercato. Dagli aranceti di Rosarno alle vigne del Piemonte, un’economia arcaica e tecnologica, schiavista e finanziaria produce arance, vino, pomodoro. Il cibo che arriva sulle nostre tavole.
Durante un viaggio sorprendente raccontiamo un incubo che ci appare lontano e legato ai migranti. Ma che sta diventando il nostro futuro. 

31 luglio 2011

Lampedusa d'estate: il rito delle vacanze copre il dramma dei migranti

A Lampedusa in questi mesi di piena estate si fronteggiano due mondi: quello del turismo - che occupa tutta la scena - e quello dei migranti, in ombra nello sfondo. Le Tv e i giornali di quest'ultimo non parlano più e, dunque, è come se non esistesse.
L'isola mostra il suo volto migliore, leggero e tranquillizzante. Ma a pochi passi dalle spiaggette affollate, dai ristorantini che servono pesce fresco, dai localini che accolgono i più giovani nelle loro lunghe nottate, dalle scogliere sulle quali si frangono le onde spumeggianti del mare di un azzurro che cangia verso il verde smeraldo, continua il dramma degli arrivi di barconi alla deriva, dell'isolamento dei poveri cristi in padiglioni che con un eufemismo intollerabile vengono detti centri di accoglienza, dei trasferimenti in Italia, dei rimpatri nei paesi d'origine.
Per non contare la percentuale di loro che il mare, per altri ambita meta di vacanza, ingoia inesorabilmente quasi come prezzo da pagare dai più fortunati.

I due mondi si percepiscono ma non si incontrano, non si confrontano. Rimangono opportunamente separati ed estranei per non turbare la tranquillità di quanti hanno scelto l'isola come meta delle vacanze e vengono a spendervi i loro soldi. 

A Lampedusa d'estate gli opposti si toccano ma non si incontrano: qui si vede soltanto la faccia di un mondo che ha costruito il suo infelice benessere sull'esclusione e l'isolamento dell'altro. 
Dopo i mesi estivi si riprenderà a parlare di loro.

Il servizio L'attrice venuta dal mare, pubblicato su Venerdì di Repubblica di questa settimana, mi ha fatto riflettere molto sulla condizione del mondo che ci fronteggia, separato soltanto da una lingua di mare, e attendo con interesse l'uscita nelle sale del film Terraferma di Crialese.


E tutto questo per la ventura di nascere da una famiglia o da un'altra, 
in un luogo o in un altro, 
nel regno di un Dio piuttosto che di un altro!

08 maggio 2011

LAMPEDUSA: tra sbarchi e spot della Brambilla

Si provi ad immaginare l'effetto che possono avere gli spot della Brambilla sui Lampedusani e sugli stessi immigrati che quotidianamente sbarcano sulle coste dell'isola.
A chi si rivolge questo ministro del c....? Lampedusa non ha bisogno di essere scoperta dal turismo nazionale ed internazionale. Le sue bellezze naturali, il suo mare con i suoi fondali, la semplicità e generostà degli abitanti sono noti ai visitatori da sempre.

Basta guardare questi video, che si rincorrono tra un TG e l'altro, per cogliere lo stridente contrasto tra la realtà il velleitario tentativo di nasconderla.

LAMPEDUSA secondo Brambilla: fare caso anche al suo italiano!














Lampedusa è l'isola più lontana dalla Sicilia e l'isolamento ha sempre reso particolarmente drammatici i problemi sanitari. A Lampedusa sono state condotte battaglie storiche sulla sanità, manifestazioni popolari partecipatissime, in tempi in cui non si aveva praticamente nulla, se non i medici di base.
Il comportamento dei lampedusani, si dice, è avanti di cinquant'anni rispetto al resto dell'Italia. Tutti gli operatori di Lampedusa, politici, turistici, alberghieri, commercianti, i semplici cittadini, accolgono gli immigrati facendo il possibile per manifestare la loro solidarietà e una accoglienza calda e civile.
Vedi:
Lampedusa 35°
Punta Sottile

È la politica italiana che deve scoprire la sua punta più avanzata nel Mediterraneo o, se si vuole, la porta dell'Europa. E dovrebbe ricordarsene nei lunghi mesi invernali, quando l'isola e i suoi abitanti rimangono per intere settimane isolati dal resto del mondo, privati dei servizi urgenti come l'approviggionamento di acqua e dei prodotti di prima necessità.

Oggi le cose cominciano a cambiare ma non con gli spot della Brambilla o con la politica del governo sugli immigrati.

31 marzo 2011

Il coup de théâtre a Lampedusa e il colpo di mano a Roma (video a futura memoria)

Ieri abbiamo visto, in tutto il suo splendore, il venditore per antonomasia esporre tutte le sue mercanzie nel gran mercato mediatico della piccola e tormentata Lampedusa.  
Via gli immigrati entro 48-60 ore, chiuderemo il centro di accoglienza, un piano di rimboschimento perché l'isola diventi come Portofino, moratoria fiscale, bancaria e previdenziale di un anno e forse più, un campo da golf, una scuola e infrastrutture sanitarie, candidatura dell’Isola a premio Nobel per la Pace, piano colore e  piano di rimboschimento. Ci sono 6 navi, e si tratta per una settima, con una capienza di 10 mila passeggeri. Per dimostrare quanto gli stia a cuore la rinascita dell'isola, tiene ad informare che ha acquistato per quasi 2 milioni di euro una villa a cala francese in modo da diventare lampedusano a tutti gli effetti. 
Dimenticavo, anche Lampedusa avrà il suo bel Casinò e sarà zona franca, così non le mancherà proprio nulla. (A parte un tunnel per collegarla rapidamente con la Sicilia e un ponte intercontinentale con l'Africa che saranno nei programmi della prossima legislatura. Questo lo spiegherà giocando a scopa con qualcuno che ancora non se la beve).

Mentre andava in onda questa spettacolare televendita con la quale si faceva vedere e toccare con mano, come in un film già visto, cosa diventerà Lampedusa, baciata in fronte dal novello demiurgo, a Roma andava in scena, dentro la camera dei deputati l'ultima vergognosa porcata messa in atto da una destra eversiva e asservita. Tramite l'inversione dell'ordine dei lavori, viene imposta l'approvazione immediata della legge sul processo breve e sulla prescrizione più corta per gli incensurati. Cioè la trentottesima legge ad personam dell'era berlusconiana. 
Per salvare il premier, si cerca di far passare una legge che azzera migliaia di processi, e manda impuniti reati comuni gravissimi, dalla rapina alla violenza sessuale. Con buona pace della riforma epocale della giustizia per i cittadini, annunciata nei giorni scorsi dal ministro guardasigilli come una svolta storica.

Per fortuna la forte protesta popolare davanti a Montecitorio, la dura reazione dell'opposizione in aula e l'irresponsabile comportamento del ministro La Russa hanno permesso il rinvio del programma. C'è da augurarsi che anche il provvedimento venga presto accantonato e che la maggioranza scopra il senso dello Stato e della propria autentica funzione. 
Ma la corsa al cupio dissolvi sembra ormai inarrestabile.

Il Governo del Fare - BERLUSCONI A LAMPEDUSA


Un colpo di mano per salvare l'imputato Berlusconi


Contestazioni e lancio di monetine fuori Montecitorio


Bagarre alla camera sul processo breve



Leggi anche:
Lampedusa, B: Casinò a Lampedusa

Il delitto perfetto, di Massimo Giannini

27 ottobre 2010

CORRUZIONE NON FA RIMA CON IMMIGRAZIONE

Le mie riflessioni di oggi traggono lo spunto da due dati giuntici ieri, quasi contemporaneamente: il Rapporto sulla corruzione percepita, che pone l'Italia al 67° posto nell’indice sulla percezione della corruzione dell’ong Transparency International, e il 20° Rapporto sull'Immigrazione di Caritas e Migrantes, che indica in quasi 5 milioni le presenze regolari di stranieri in Italia con un aumento esponenziale dal 1990 ad oggi.

La corruzione percepita in Italia da manager, imprenditori, uomini d’affari e analisti politici ci pone dopo Ruanda e Samoa e prima di Georgia e Brasile, facendoci arretrare di quattro posizioni rispetto al 2009 e di ben 12 sul 2008. Gli Stati più virtuosi sono Danimarca e Nuova Zelanda. La Scheda
L'Italia insomma, vista da fuori, continua a perdere credibilità   Oltre ai casi di corruzione in senso stretto, influiscono sul nostro declassamento tutte le situazioni di malgoverno della cosa pubblica che si manifestano nel Paese, in larghissima misura a livello locale. La sanità appare il settore dove tale malgoverno più si manifesta.

Il rapporto tra spesa pubblica sostenuta per gli immigrati e tasse da loro pagate va senz'altro a vantaggio dello Stato italiano. Secondo le stime riportate nel Rapporto, infatti, le uscite a loro favore (sanità, scuola, servizi sociali) sono pari a 10 miliardi di euro l'anno. Le entrate assicurate dagli immigrati, invece, si avvicinano agli 11 miliardi di euro (tra contributi previdenziali e fiscali).
Il rapporto Caritas, citando uno studio della Banca D’Italia del luglio del 2009, evidenzia come gli stranieri svolgano una funzione complementare agli italiani favorendone migliori opportunità occupazionali.
Eppure gli italiani non hanno percezione di questa realtà. Complice la recessione, secondo il Rapporto, si sono acutizzati fenomeni di intolleranza, come se l’origine della crisi fosse un problema da collegare agli stranieri.
Secondo i dati forniti, gli italiani e gli stranieri in posizione regolare hanno un tasso di criminalità simile.  Dossier Statistico Immigrazione 2010

Per concludere.
A detta del Presidente della Corte dei Conti, gli episodi di corruzione e dissipazione delle risorse pubbliche, persistono e preoccupano i cittadini ma anche le istituzioni il cui prestigio e affidabilità sono messi a dura prova da condotte individuali riprovevoli.

L'immigrazione – per i curatori del Rapporto – è un'opportunità che ci viene offerta dalla storia per il nostro benessere economico e la nostra crescita culturale; è quindi necessaria una riflessione rigorosa suI flussi migratori e le capacità di accoglienza.
Ergo, occorre combattere la corruzione a tutti i livelli con tutti gli strumenti a nostra disposizione e, viceversa, modificare positivamente il nostro atteggiamento nei riguardi degli stranieri, migliorando le nostre capacità di accoglienza e di integrazione. 


Corruzione, l'Italia sempre peggio
Corruzione, l’Italia scende nell’indice di Transparency International
Cambia il pianeta immigrazione
Gli immigrati, miniera d’oro per il Paese

19 maggio 2009

L'Italia opulenta scaccia il Sud del mondo

Certo, stare qui, soddosfatti tutti i bisogni primari, a dare sfogo intellettuale alle proprie inquietudini, è cosa facile e relativamente soddisfacente. A pancia piena si può parlare di democrazia, elezioni, corruzione del potere e anche di migranti.

Ma io voglio tornare ancora sul problema perchè m'indigna enormemente l'atteggiamento del profondo nord del nostro paese nei confronti dei nuovi migranti. Un nord opulento, in calo demografico, che si serve di stranieri più o meno regolari per tanti lavori non più graditi agli autoctoni; fatto per lo più di persone che hanno conosciuto in faccia l'emigrazione, che si professano cristiane, che si agitano in modo scomposto per la morte di Eluana, che ricordano con orrore la persecuzione degli ebrei da parte dei regimi nazi-fascisti e che rimangono spesso insensibili ai drammi individuali e collettivi di tanta parte delle popolazioni del sud del mondo.


In Storie migranti

Da: Io non sono un ladro di fiori, io stesso mi son fatto rosa (dal taccuino di Zaher Rezai, dicembre 2008)
Quando il suo corpo è stato ritrovato, a Mestre, in via Orlanda, il 10 dicembre 2008, il documento che portava in tasca ha permesso la sua identificazione: Zaher Rezai, cittadino afghano, 13 anni. Sulla dinamica della morte non c’erano molti dubbi: per eludere i controlli portuali doveva essersi legato sotto il tir che l’aveva schiacciato a quell’incrocio, a 8 chilometri dal porto di Venezia, ormai superato.
Da: Un giorno Cacciari mi ha chiesto (di Hamed Mohamad Karim, dicembre 2008)
Signor Sindaco, un giorno lei mi ha chiesto com’è adesso la situazione in Afghanistan. Lì così su due piedi non ho trovato una risposta adatta. Non volevo ripetere sempre le stesse cose, perché la situazione oggi in Afghanistan è molto di più che una guerra, un migliaio di ONG e qualche foto di talebani e forze alleate. Ma come si fa a spiegare le mille cose che mi passano per la testa: la mia gente, gli occhi pieni di speranza, le promesse e i continui paradossi a cui non so dare risposta. Mi sono vergognato e ho solo sorriso abbassando gli occhi. Solo oggi, parlando al telefono col padre di Zaher, ho sentito il dovere di rispondere a quella domanda rimasta in sospeso.
"Signor Sindaco, la situazione oggi in Afghanistan è un ragazzo di 13 anni morto sotto un camion a Venezia per eludere il controllo di chi avrebbe dovuto offrigli asilo". Ecco cosa avrei dovuto rispondere.

Castel Volturno
"Un regolamento di conti", così, subito dopo i fatti, veniva liquidata un po’ da tutti la strage di Castelvolturno. Giovedì 18 settembre 2008, un commando camorrista fa irruzione nei locali della "Ob Ob exotic fashions", una sartoria della zona, spara 130 pallottole con mitra e pistole e lascia a terra sette uomini, tutti di origine africana. Sei i morti, mentre uno di loro riesce a sopravvivere fingendosi morto. Già, un regolamento di conti, del clan dei casalesi contro i migranti dalla pelle scura, originari del Togo, della Liberia, del Ghana, lavoratori che con il traffico di droga e la camorra nulla avevano a che fare. Un’azione di puro razzismo, dunque, che "regola i conti" con lo stato e forse con le altre mafie per ribadire una supremazia sul territorio sparando nel mucchio dei migranti perché tale supremazia tocca anche il loro lavoro, spesso in nero.

Da: Siamo i genitori di Abba, ammazzato nel settembre dello scorso anno (Italia, maggio 2009)
"Signor giudice, siamo i genitori di Abba, ammazzato nel settembre dello scorso anno". Inizia così la lettera che i genitori di Abba hanno scritto al giudice prima dell’udienza del processo ai suoi assassini, Fuasto e Daniele Cristofoli, tenutasi a Milano il 14 maggio 2009. Nessun perdono e nessun risarcimento diretto. In un’Italia dove si crede di poter ammazzare per un pacchetto di biscotti, urlando "sporco negro", salvo poi chiedere scusa con la solita storiella cattolica del perdono e pensando che qualche laico euro possa contribuire a cancellare le proprie responsabilità, le loro parole diventano il richiamo a una dignità ormai sconosciuta.
La prossima udienza del processo è fissata per il 16 luglio.
Signor Giudice,
siamo i genitori di Abba, ammazzato nel settembre dello scorso anno. Alla scorsa udienza abbiamo sentito dire dai suoi assassini, per bocca del loro avvocato, che chiedono perdono. Lei potrà immaginare quale è il nostro dolore per la morte di nostro figlio, non è concepibile che un padre, una madre, seppelliscano il proprio figlio; noi non crediamo di poter perdonare nessuno, crediamo che ci sia qualcuno di superiore a noi che potrà dire se sono veramente pentiti, se la loro richiesta di perdono sia sincera.
Abbiamo anche sentito di soldi offerti quale risarcimento dei danni. Nessuna somma vale la morte di nostro figlio, noi vogliamo che sia lei signor giudice a stabilire quale sia la pena giusta e quale sia il giusto risarcimento. Fino a quando non ci sarà una sua decisione noi non accetteremo nessuna somma, non possiamo accettarla prima.
Abbiamo fiducia che lei saprà decidere per il meglio, niente e nessuno ci potrà restituire nostro figlio, vogliamo però che gli assassini di Abba paghino per aver distrutto la vita di un giovane ragazzo e anche la nostra.
i genitori di Abba

da: Ponte Galeria: in sciopero della fame per Mabruka Mimuni (maggio 2009)
Era al centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, a Roma, dal 24 aprile, in Italia da molti anni, e avrebbe dovuto essere espulsa nella mattinata di ieri. Durante la notte, però, Mabruka Mimuni ha deciso di suicidarsi e l’ha fatto in uno dei bagni del centro impiccandosi con un maglione. Il suo corpo è stato ritrovato dalla sua compagna di cella, alle sei del mattino.
Ora, come racconta la sua compagna nell’intervista, tutte le detenute sono in sciopero della fame e anche il settore degli uomini le ha seguite nella protesta.
(8 maggio 2009)

da: Donne nelle prigioni libiche, Lampedusa (Italia), agosto 2007 (interviste raccolte da Sara Prestianni)
Saberen, Eritrea: "Siamo stati arrestati quando la nostra barca aveva lasciato le coste libiche da circa un’ora. La polizia ci ha intercettato, ci ha riportato a riva e là ha cominciato a picchiarci. Le violenze sono continuate anche nella prigione in cui siamo stati portati: Djuazat. Sono rimasta lì per 1 mese e mezzo. Una volta stavo cercando di difendere mio fratello dai colpi di manganello e hanno picchiato anche me, sfregiandomi il viso. Una delle pratiche utilizzate in questa prigione era quella delle manganellate sulla palma del piede, punto particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho dovuto pagare 500 dollari, in più prima di uscire mi hanno rubato i gioielli e gli ultimi soldi che mi restavano."
Selam, Etiopia: "Ho vissuto due anni in Libia. Sono stata arrestata 3 volte dalla polizia, la prima volta quando stavo traversando il deserto, alla frontiera tra Sudan e Libia, due volte quando stavo in casa. Sono stata detenuta un mese nella prigione di Kufra. Dormivo in camerate con altre 50/60 persone, donne e uomini, sul suolo. Ci davano solo dell’acqua salmastra e del pane. Ho assistito alla stupro di una donna. Spesso sono in quattro cinque poliziotti che violentano una sola donna. Molte rimangono incinta. Una volta che escono di prigione non resta loro che affidarsi a coloro che praticano l’aborto clandestino, a volte utilizzano la tecnica dell’ago, in cambio di 200-300 dollari. Molte donne sono morte in seguito agli aborti."
Araya, Etiopia: "Ho vissuto due anni in Libia, sono stata arrestata tre volte. Sono stata detenuta in una prigione vicino a Tripoli. Durante la detenzione ho subito una violenza sessuale da parte dei poliziotti. Erano in più di due. Quasi tutte le donne che sono detenute nelle prigioni libiche subiscono delle violenze sessuali da parte della polizia, forse le uniche che sono risparmiate sono le donne con dei figli molto piccoli."
Wendummo, Eritrea: "Ho vissuto tre anni in Libia. Sono stata arrestata in tutto 5 volte: 1 volta durante il viaggio, nel deserto, due volte quando mi trovavo in casa, una volta quando ero sulla costa aspettando la barca e una volta dopo 10 ore di viaggio in mare, siamo stati intercettati e riportati sulla costa. Ad ogni arresto seguivano uno o due mesi di prigione. Sono stata nella prigione di Kufra e Misratah. A Misratah eravamo 80 donne e 60 uomini nello stesso stanzone, dormendo al suolo. Ho visto più volte mio marito farsi picchiare dalla polizia, ma non potevo fare niente, perché se no avrebbero fatto anche a me quello che stavano facendo a lui. Nel viaggio che mi ha portato a Lampedusa ero sola con mia figlia di 19 giorni, mio marito è rimasto in Libia."
Hewat, Etiopia: "Ho vissuto due anni in Libia, durante i quali ho subito tre controlli della polizia. La prima volta ero in viaggio, alla frontiera con la Libia, mi hanno arrestato e incarcerato a Kufra. La seconda volta ero in una casa dove avevano radunato tutti coloro che si dovevano imbarcare a breve. La polizia libica ha fatto una retata, sono entrati in casa. Hanno cominciato a picchiare mio marito, ho cercato di fermarli ed hanno picchiato anche me, mi hanno gettato al suolo. Ero incinta e subito dopo ho perso il mio bambino a causa dei colpi. La terza volta sono riuscita a imbarcarmi ma dopo 10 ore di viaggio la barca si è rotta, la polizia libica ci intercetta, ci riporta sulla costa e siamo tutti trasferiti nella prigione di Djuazat.


Il Nord del mondo affama i poveri, li ferma alle frontiere, all’occorrenza li prende in casa facendo pagare loro i viaggi, quando non servono li rimanda indietro o li chiude in campi di prigionia. E poi? La nostra coscienza fa qualcosa per fermare questa legge che uccide i diritti umani? Non diventiamo complici silenziosi. Dichiaramo la nostra obiezione di coscienza ad una legge che, a dispetto del nome, porterà invece insicurezza e conflitti.

Solo se pensassimo che la terra è di tutti, ma non nel senso in cui l'occidente ha per secoli sfruttato, e continua a farlo, il sud del mondo, allora capiremmo che ben altro approccio meriterebbe il tragico problema all'ordine del giorno. E si chiama integrazione, multiculturalità, accoglienza, cooperazione allo sviluppo.

14 maggio 2009

Silvio: tra vizi privati e pubblici attributi?

Era prevedibile che i cani da guardia del cavaliere si sarebbero scatenati come iene contro Veronica, azzanandola agli stinchi, nel tentativo di toglierle credibilità. Del resto è stato da sempre il loro mestiere, quello di aggredire con estrema violenza chiunque rappresenti un problema alla magnifica ascesa del loro padrone. In proposito, rinvio alla bella pagina di Natalia Aspesi su Repubblica "Veronica e le donne al tempo del Cavaliere".

Anche Cacciari apre un siparietto sul tema, invitando Veronica ad essere più esplicita riguardo alla frequentazione di minorenni che può, in certe condizioni, configurarsi come reato.






Al premier, poi, che non vuole un'Italia multietnica e si assume la responsabilità del "respingimento", va ricordato che l'Italia, con oltre 4 milioni di stranieri, è già oggi una nazione cosmopolita e multietnica. Gli immigrati regolari nel nostro Paese sono circa il 6% della popolazione, le imprese gestite da stranieri crescono di oltre il 10% annuo, gli alunni con cittadinanza non italiana presenti nel sistema scolastico nazionale rappresentano il 6,4% del totale degli alunni, corrispondenti a 574.133 unità. Un bambino su 10 è figlio di immigrati e si stima che nel 2050 gli extracomunitari potrebbero rappresentare dal 17 al 20% della popolazione residente in Italia; se l'aumento percentuale dovesse restare costante, le nascite di bambini stranieri potrebbero addirittura superare quelle made in Italy.


Allora delle due l'una: o chi ci governa ignora la realtà del nostro paese o, viceversa, continua a prendere in giro la gente.

A questo punto, ciò che un governo serio di un paese civile dovrebbe attuare è una sana politica dell'accoglienza e dell'integrazione, senza utilizzare il miope paravento delle idiosincrasie leghiste o lo spauracchio dei posti di lavoro che, in un periodo di crisi come l'attuale, si riducono. Gli immigrati sono persone non figurine, la maggioranza di loro risulta inserita nel sistema produttivo e nel mondo del lavoro (imprese di servizi, agricoltura, industria, servi sociali ecc.) e il sistema dei punti, di cui si è tanto parlato a sproposito in questi giorni, appare più un gioco che uno strumento utile a risolvere il problema.


Dovremmo solo ricordare il nostro recente passato di migranti nel mondo e affrontare il problema da paese civile e nel rispetto delle convenzioni internazionali da noi sottoscritte.

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