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Amo riflettere e ragionare su quanto vedo e sento.

Benvenuto nel mio blog

Dedicato a quei pochi che non hanno perso, nella babele generale, la capacità e la voglia di riflettere e ragionare.
Consiglio, pertanto, di stare alla larga a quanti hanno la testa imbottita di frasi fatte e di pensieri preconfezionati; costoro cerchino altri lidi, altre fonti cui abbeverarsi.

Se vuoi scrivermi, usa il seguente indirizzo: mieidee@gmail.com
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03 ottobre 2013

La plateale sconfitta del Cav. e un'ipotetica, dignitosa via d'uscita

Se Berlusconi fosse uomo di Stato, rispettoso delle istituzione e dell'autonomia dei poteri, avrebbe da tempo lasciato il seggio in senato e favorito un naturale, pacifico avvicendamento nel suo partito. 




La sua clownesca piroetta di ieri in senato lo mostra sfiancato, alle corde, in un angolo; perdente rispetto all'ex delfino senza il quid che vince su tutta la linea. 


Quello che adesso gli rimane da fare seriamente, se fosse in grado di capire, sarebbe di uscire dignitosamente di scena, accettare l'esito dei suoi processi, impegnarsi a mantenere unita la sua creatura politica avviandola a diventare finalmente partito moderato di destra, liberale ed europeo. Così facendo limiterebbe i danni che ha prodotto e favorirebbe la nascita di qualcosa di utile e positivo dalle macerie che ha disseminato ovunque. Ne sarà capace? 

21 aprile 2013

Il Maiale esulta


Sto aspettando un altro avviso di garanzia - dice Silvio Berlusconi appena entra a Montecitorio. I volti dei parlamentari Pdl intorno a lui si fanno subito scuri. É per strage. Ho distrutto il Pd

No caro, non puoi attribuirti colpe che non hai. E non puoi fare ironia sui mali altrui. 
Occupati seriamente delle responsabilità pesanti che hai verso lo Stato, le sue istituzioni, la magistratura e il popolo italiano. Delle quali prima o dopo dovrai rendere conto! 

Il PD è stato capace di affossarsi da solo e non puoi vantarne il merito; questo almeno lascialo intero ai cosiddetti democrat, ne vanno fieri! 

Se pensi, poi, che un buon numero di loro ha operato - e continua a farlo - per salvarti il c..o, sii generoso! 

20 aprile 2013

Quelli che dovevano smacchiare il giaguaro ...


Harakiri del primo partito italiano ovvero come ci si scioglie nell'acido muriatico dopo aver fatto fuori i propri leader. 

Il tutto sotto gli occhi divertiti e increduli dello stesso giaguaro. 

Complimenti per l'operazione assolutamente inedita, da Guinness dei Primati! 



22 febbraio 2013

PROMEMORIA PER IL 24 E 25 FEBBRAIO


Come vademecum al voto di Domenica prossima ho trovato questa bella pagina di Riccardo Orioles in I Siciliani giovani e mi piace condividerla con i miei amici.  




Quattro domande ai nostri amici - di Riccardo Orioles in I Siciliani giovani

Grillo: ma davvero Alemanno e Vassallo sono la stessa cosa?
Bersani: ma insomma, fra Marchionne e la Fiom, chi dei due ha ragione?
Vendola: perché il mio partitino è sempre l'unico buono e tutti gli altri no?
Ingroia: un'idea: ma perché non fa una bella lista della società civile? Magari 
funzionerebbe... 
D'accordo, Bersani non è Berlinguer, Grillo non è Totò, e Ingroia e Vendola... beh, lasciamo andare. Ma quasi tutti quelli che conosco, che hanno una qualche voglia di “mettere a posto le cose”, votano per uno di loro: questo passa il convento. 
Il bello è che quasi tutti i miei amici del bar vogliono, con poche varianti, le stesse 
cose: a sentirli non si direbbe mai che i loro Lìder (grandissimi, s'intende, uno più napoleonico dell'altro) si accapiglino così tanto. Certo, è tempo d'elezioni.
Il brutto è che purtroppo le cose da volere (o non volere) ormai non sono molto complicate. Siamo arrivati al termine, non c'è più tempo per grandi strategie. L'Italia non sopravviverà fino al 2015, se non si cura. Non è solo il fallimento economico, è che proprio non sappiamo più chi siamo. Abbiamo lasciato la democrazia ormai da vent'anni, e non ci ricordiamo più neanche come funzionava. 
La democrazia eravamo noi, non chi ci governava. Sapevamo di avere dei diritti (lavorare, votare, scegliere qualche cosa) e persino, alla nostra maniera, dei doveri. 
Adesso aspettiamo i lìder, Padre Pio o qualcun altro (Monti, come taumaturgo, non ha funzionato) che ci tirino su per il colletto dal pantano. Ma questo non è mai successo.
L'Italia, in tutta la sua lunga storia, non ha mai avuto dei salvatori. Ogni volta, quasi all'osso del collo, s'è salvata da sé. Il tenente Innocenzi, il compagno Peppone, Salvo che occupò il suo liceo nel Sessantotto: questi sono stati l'Italia. I lìder sono venuti sempre  dopo, a cose fatte. 
   * * *
Usciamo da vent'anni di dominio assoluto degli imprenditori. Sotto nomi diversi, la musica è stata questa. Il risultato s'è visto. Davvero basta cambiare un nome? Perché nessuno ha 
proposto  - come sarebbe stato normale nella repubblica - di nazionalizzare la Fiat alle prime avvisaglie del suo (perché di ciò s'è trattato) colpo di stato? C'è stato un golpe sociale, e nessuno s'è opposto. 
Abbiamo perso più di cento compagni, giornalisti e giudici, quaggiù in Sicilia, combattendo la mafia. Perché la provincia di Reggio – per dirne una – è ancora in mano ai mafiosi? Perché i soldati a Kabul e non, come sarebbe logico, a liberare Reggio dall'occupazione mafiosa? 
Calvi, Sindona, Banco Ambrosiano, Ior. Il capitale mafioso, vent'anni fa, si stava inserendo bene nel sistema. Adesso l'ha praticamente conquistato. Perché abbiamo ancora il segreto bancario? Perché Boris Giuliano, se tornasse ora, non dovrebbe essere ancora autorizzato a leggere i conti bancari, a fare indagini vere e non da disperato?
Non sono domande difficili, come vedete. Eppure nessuno le fa. Certo, non per malafede. Ma si parla d'altro.
È 
dubbio che, come Italia, siamo ancora in grado (ormai siamo troppo piccoli per farlo) di risolvere i problemi economici che ci stanno strozzando. E che si chiamano, essenzialmente, deregulation e delocalizzazione. Riuscivamo a fatica, trent'anni fa, a tenere a bada gli allora poteri economici di medie dimensioni. Adesso è del tutto impossibile. Ogni singola multinazionale (e la Fiat fra queste) da sola ha già un potere superiore a quella di una piccola Nazione come la nostra. La soluzione è in Europa. Ma l'Europa è quella che ci bastona più di tutti, perché abbiamo permesso che diventasse, essa stessa, una multinazionale. 
Perché la parola Europa è quasi totalmente estranea a queste elezioni? È presente come spauracchio, come oscura potenza da propiziarsi o da maledire, ma non come quello che è, cioè il nostro Paese, che tocca a noi cittadini di governare? 
Governare l'Europa – e si può, visto che nelle principali regioni (Francia, Germania 
e Italia) ormai la maggioranza è, o sta per essere, democratica e civile – significa governare le banche, togliere gli artigli all'oligarchia. Ogni altra strada è illusoria, è come vincere le elezioni a Modena mentre Scelba e Tambroni governano indisturbati il resto del Paese. 
L'Europa non era nata così, non con le banche. L'Europa, da Mazzini in poi, era nata come una cosa di sinistra. Un'Europa dei popoli, si diceva. È tempo di riprendere quest'idea. L'Europa come Unione europea non esiste più. Può nascere ricominciando da zero, dai primi paesi storici (Francia, Italia, Germania, Benelux) che stavolta, sull'onda del cambiamento elettorale, potrebbero anche pensare - per disarmare le banche e salvarsi dalla crisi - a 
qualcosa di molto più radicale che un'unione monetaria.
Non è lasciare l'euro la soluzione, ma cambiargli il padrone. Nessuno lo può fare da solo, ma si può fare benissimo tutti insieme. Questo sarebbe potuto essere il tema portante di questa campagna elettorale. Ma siamo ormai troppo deboli culturalmente - almeno la classe politica - per guardare al di là del nostro naso. Ci rassegniamo ai poteri, o ci “ribelliamo” urlando. Invece potremmo travolgerli, tranquillamente. 

Leggi anche: Kit di sopravvivenza per la guerra mediatica - di Carlo Gubitosa

27 gennaio 2013

Per non dimenticare: un video, due immagini, una poesia. Nient'altro!


Se questo è un uomo - Primo Levi 

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi. 




Giornata della memoria: ecco gli appuntamenti
Giornata della Memoria, perché bisogna ricordare
Giorno della Memoria: “Ricordare è un dovere”

24 gennaio 2013

Vecchie e nuove povertà


Ho letto questo servizio di cui riprendo l'introduzione, curato da Concita De Gregorio nelle pagine R2 in la Repubblica di oggi. E mi chiedo se la colpa delle stato comatoso in cui siamo sprofondati è tutta e soltanto della speculazione finanziaria internazionale o dei mercati senza volto e senza nome. 
Se i politici, i tecnici e i banchieri che hanno sgovernato il Paese e la sua economia non abbiano qualche conto da dare, qualche mea culpa da fare, qualche via d'uscita da indicare. 


Così siamo diventati poveri - Concita De Gregorio in R2 de la Repubblica 












I numeri non rendono l’idea. Siamo assuefatti, bombardati. Non li tratteniamo neppure il tempo necessario perché si traducano in un pensiero. Sono le storie che parlano. Quelle sì, quelle somigliano tutte a qualcosa che sappiamo. La commessa del super, il fornaio dove vai a comprare le rosette, il ragazzo che ha l’età di tuo figlio, il padre di mezza età, la madre. Questa è l’Italia, questi siamo noi. Narcotizzati da una campagna elettorale che discute di pensioni e di tasse, di esodati e di aliquote: un mondo politico che parla, provando a farsi votare, a chi il lavoro ce l’ha o ce l’ha avuto. Ma quasi la metà del paese non ha lavoro, lavora al nero, ha redditi sotto i mille euro. La media delle famiglie italiane guadagna meno di ventimila euro l’anno, dicono i dati ministeriali, con buona pace delle discussioni sulla patrimoniale per chi ha redditi sopra il milione o il milione e mezzo. C’è differenza fra ventimila e un milione, una differenza così grande che genera, in chi non trova ascolto, rabbia, ostilità, fragilità, disillusione. Siamo tornati poveri, dicono i dati Istat. Più di otto milioni di italiani, una famiglia su dieci spende circa mille euro a testa al mese, la cifra sotto la quale l’Istat stabilisce la soglia di povertà relativa. Indietro di 27 anni. Ma nemmeno questo rende l’idea perché ormai sono anni che separarsi è diventato un lusso da ricchi, che il ceto medio è scivolato verso l’indigenza, che i padri che pagano gli alimenti dormono in macchine e vanno a mangiare alla Caritas. La novità, oggi, come queste sei semplicissime storie raccontano, è che nell’indifferenza diffusa comprare a metà prezzo il pane di ieri, fare la spesa al super di carne in scadenza e quindi in saldo, nascondere la laurea per trovare un lavoro da 800 euro o laurearsi per poi servire ai tavoli di un pub, al nero, è diventato assolutamente normale. Tutto intorno è così. L’ascensore sociale non è solo fermo, guasto, bloccato dal malaffare e dal malgoverno. Torna indietro. Non sale: scende. I figli hanno un destino peggiore dei padri, il giovane laureato in Legge, figlio di operai del Sud, ha vergogna a dire che non sa che farsene del suo titolo, non sa come spiegarlo ai genitori. Non va avanti, non può tornare indietro. È il lavoro che manca. È l’unica cosa di cui parlare, la sola di cui una campagna elettorale dovrebbe occuparsi: offrire un progetto per restituire lavoro al Paese. Senza libertà materiale non c’è libertà politica né democrazia. Il resto sono chiacchiere. Quasi la metà del paese non ha un impiego, lavora in nero o ha redditi sotto i mille euro. Questa è l’Italia dove, nell’indifferenza generale, il ceto medio è scivolato nell’indigenza, tornando indietro di 27 anni. 

19 dicembre 2012

Grazie Silvio! Per quello che hai fatto e farai ancora per noi.

"Avete bisogno di me e quindi non mi astengo quando sento il dovere di portare soccorso a chi ha bisogno" 
Leggo su un’agenzia una mia frase del tutto inventata e addirittura surreale. "Io non mi candido perché non mi volete", che avrei rivolto oggi ai miei colleghi del Popolo della Libertà. La realtà è l'opposto: sono assediato dalle richieste dei miei perché annunci al più presto la mia ridiscesa in campo alla guida del PDL. La situazione oggi è ben più grave di un anno fa, quando lasciai il governo per senso di responsabilità e per amore del mio Paese. Oggi l'Italia è sull’orlo del baratro. L'economia è allo stremo, un milione di disoccupati in più, il debito aumenta, il potere d’acquisto crolla, la pressione fiscale a livelli intollerabili. Le famiglie italiane angosciate perché non riescono a pagare l'Imu. Le imprese chiudono, l'edilizia è crollata, il mercato dell'auto distrutto. Non posso consentire che il mio Paese precipiti in una spirale recessiva senza fine. Non è possibile andare avanti così. Sono queste le dolorose constatazioni che determineranno le scelte che tutti insieme assumeremo nei prossimi giorni. (Silvio Berlusconi)
Questa è la frase pronunciata dal nuovo messia che mi ha finalmente illuminato. Da quando è sceso in campo la prima volta, l'ho sempre osteggiato, criticato, ridicolizzato. Sono stato ottenebrato e confuso dai cattivi giornali e dagli oppositori politici che gli hanno impedito di svolgere tutta intera la sua grande missione salvifica. Adesso, finalmente, vedo la luce e sarò costretto presto a cancellare questo blog che lo ha attaccato immotivatamente. 

Quando ieri sera ha pronunciato quella frase, ho aperto gli occhi alla verità e non ho avuto più bisogno di vedere e sentire il resto. Non ha aggiunto niente per me quando ha dichiarato: Io ho avuto degli inviti pressanti a non lasciare che la situazione nel Paese che amo degradasse, che precipiti nel baratroO quando ha detto che Monti sono stato io a suggerirlo ai miei colleghi del Ppe, perché loro temono che vinca la sinistra. E poi la smentita di Martens, che ha telefonato all’agenzia Ansa: Nessuno mi ha chiesto di invitare Monti alla riunione del Ppe, è stata una mia iniziativa totalmente personale.

Lui si offre ancora per noi, fino al sacrificio di sè. Capite la grande generosità dell'uomo? Cogliete l'amaro calice che è costretto a bere, solo per amore?
Provate ad immaginare quanto gli costa se in casa, da me, i manager delle mie aziende sono tutti lì a implorarmi di non ricandidarmi. Ma se non lo faccio è perché sento la responsabilità che il mio Paese non vada nelle mani della sinistra

Sono sovrumani in lui il senso del dovere, la dedizione e il disinteresse che lo spingono a caricarsi dei problemi nostri per sconfiggere il male e la miseria in cui i suoi e nostri nemici vogliono tenerci.

Qualcuno con disprezzo lo paragona a Vanna Marchi, c'è chi lo considera un matto. Ma quella di essere oltraggiati, traditi e vilipesi è la sorte dei Grandi che hanno speso la vita per il benessere dell'umanità. Pensate a Socrate, a Gesù Cristo, a Gandhi, a Martin Luther King. Lui merita di essere posto tra loro per l'eccellenza e magnificenza della sua opera. 

Adesso che ho ricevuto la grazia dell'illuminazione, comincio a capire le motivazioni di quanti lo hanno proposto al premio Nobel. E mi torna alla mente quell'esortazione evangelica che potrebbe stare anche sulla sua bocca appena ritoccata: Lasciate che le pargole vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il mio regno

Allora torniamo bambini ingenui e affidiamoci senza retropensieri al suo genio divino e alle sue amorevoli cure. Saprà portarci fuori dal baratro perché egli è la luce, la verità, la vita

Grazie Silvio! Per quello che hai fatto e farai ancora per noi. 






06 dicembre 2012

Il male di vivere nel peso della fatica


Mentre i tecnici a tavolino, a freddo, con la calcolatrice in mano tagliano il lavoro, la sanità, la scuola, la cultura; 

mentre il primo responsabile dei guasti in cui viviamo dichiara, con estrema faccia tosta: Sono assediato dalle richieste dei miei perché annunci al più presto la mia ridiscesa in campo. La situazione oggi è ben più grave di un anno fa quando lasciai il governo

mentre tanti sconosciuti del M5S su youtube lanciano le loro improbabili candidature al parlamento; 

mi capita sotto gli occhi l'ennesima storia di dolore e morte che commuove profondamente, che non posso passare sotto silenzio.   




Il peso della fatica di Enrico Fierro 
La storia di Isabella Viola: una storia dell'Italia di oggi 
Isabella Viola è morta, undici giorni fa da sola nelle turbolente viscere di Roma. Il suo cuore è stato spezzato da una vita difficile. Dovevano essere dieci righe in cronaca (giovane donna colpita da malore muore su una banchina della metro A) di quelle che si leggono di mattina distratti dal dilemma del cappuccino (con o senza schiuma?), e invece la sua si è trasformata in una morte che parla all'Italia. Racconta di un popolo intero, una moltitudine ignota ed ignorata. Di loro sanno poco i dotti professori di economia, gli accigliati ministri-tecnici sempre pronti a giudicare "gli italiani", per loro non c'è mai posto nelle poltroncine dei talk-show che al massimo, quando vogliono parlare della "ggente" la fanno raccontare da chi non prende una scassattissima metro da secoli. Sono uomini e donne, bianchi, gialli e neri, che si svegliano all'alba per raggiungere precarissimi posti di lavoro, guadagnano quattro soldi e lottano con mezzi di trasporto affollati, puzzolenti, è una umanità che tira tardi fino a sera lavorando e si porta il panino da casa per risparmiare. Isabella era una di loro, non sapeva di spread, di Europa, di luci in fondo al tunnel, no, Isabella sapeva solo che a 34 anni doveva conquistarsi la vita a morsi, lo faceva per lei, per il marito, bravo muratore ma disoccupato, e per i suoi quattro figli da crescere. Ogni mattina sveglia alle quattro, la colazione da preparare per i bambini, il pranzo da avviare, una rassettata veloce alla casa e poi la corsa alla fermata dei bus. Dal lungomare fino alla piazza di Torvaianica, la ressa per conquistarsi un posto a sedere sul pullman della Cotral tra i volti assonnati delle mille razze che ad ogni alba dalla periferia migrano verso la città eterna: 30 chilometri di viaggio. Capolinea all'Eur, un'altra corsa alla metro b, fermata a Termini, attraversamento col cuore in gola dell'infinito labirinto che porta alla metro a, ultima fermata a Furio Camillo, e poi a piedi lungo la Tuscolana, in via Nocera Umbra. Il bar Kelly apre alle sette, a quell'ora devono essere già pronti dolci e cornetti. Così, fino alle sette di sera, lo stesso ritmo, ogni giorno che il padreterno manda in terra, domenica compresa. Isabella viveva in una casa della periferia di Torvaianica, litorale romano che Ugo Tognazzi scelse negli anni Sessanta per costruirsi una villa. Portò il bel mondo il grande Ugo in questa fetta di mar Tirreno una volta stretta tra campagne e macchia mediterranea. Tutti a casa di Ugo al torneo di tennis, al più bravo lo scolapasta d'oro. Di quella epopea è rimasto poco, vecchi alberghi cadenti, stabilimenti che si chiamano ancora "La Bussola", ristoranti che promettono pesce sempre fresco. E tanta miseria. Don Gianni è il parroco della chiesa dell'Immacolata concezione. "Ho celebrato i funerali della povera Isabella, ho visto gli occhi smarriti dei suoi quattro bambini, la disperazione del marito, ma una cosa mi ha colpito e che faccio fatica a descrivere con una parola che non va più di moda: dignità. Sì, la dignità di questo gruppo familiare unito. Mai una parola fuori posto, mai un chiedere qualcosa. Isabella non ha retto il peso della fatica". Don Gianni e la sua parrocchia hanno messo su un banco alimentare e una casa accoglienza, si occupano di famiglie disagiate, fanno quello che possono in un mare di disperazione. "Ormai da noi non vengono più le famiglie di extracomunitari, da un paio di anni anche famiglie italiane, ci chiedono un aiuto in soldi, un pacco alimentare". Settecento euro di affitto, quattro figli da mandare a scuola, il conto dei pochi soldi del suo lavoro e dei lavoretti che di tanto in tanto il marito strappava a qualche cantiere. Ogni sera: questo per le bollette, quest'altro per l'affitto, tanto per mangiare, il bambino vorrebbe quel giocattolo, non possiamo. Una sconfitta continua, quotidiana. Che ti mangia il cuore. "Isabella è riservata non racconta mai le sue difficoltà, ma io lo vedevo che stava male". Faith, giovane ragazza nigeriana banconista del bar Kelly parla al presente di Isabella. "Ma lo sai che mi ha insegnato a fare i dolci?". La signora Ada, edicolante del quartiere dopo una vita ai mercati generali, ha un cuore grande così. Annarella Magnani l'avrebbe abbracciata e baciata come una sorella. Ha già raccolto 4mila euro per Isabella e ne sta raccogliendo ancora. "Ci sono persone che hanno deciso di tassarsi ogni mese per aiutare quei quattro bambini". No, non è una storia da dieci righe in cronaca, è una storia dell'Italia di oggi. E forse Isabella si sarebbe commossa di fronte a tanta solidarietà. Lei che affidava i suoi giovani e ingenui pensieri a Facebook. Una donna il suo gioiello più prezioso non lo indossa, lo mette al mondo. (su Il Fatto Quotidiano del 29 novembre 2012)

Berlusconi: In molti mi chiedono di ricandidarmi 

Isabella, madre di 4 figli morta in metro

27 novembre 2012

E il Centro? Sta aspettando Godot

Fa impressione vedere ben due formazioni politiche - un raggruppamento unto e bisunto e uno nuovo di zecca con sentore di stantio - che si pongono al centro (di che?) vivendo nell'attesa di Monti-Godot, nella convinzione di poter accrescere con lui le loro modeste fortune. 

Sono divisi e concorrenti perché vorrebbero Godot, ciascuno pe sè. Insieme fanno sì e no il 7-8%, non hanno nulla di serio da proporre se non aspettare che Godot scenda in campo a guidare le loro falangi

Monti-Godot, purtroppo, non è un alieno, è un tecno-politico in carne e ossa. L'abbiamo già visto all'opera e tuttora lo vediamo e viviamo sulla pelle il fallimento della sua politica. L'unica cosa apprezzabile è il suo stile, all'apparenza sobrio e moderato, che non fa rimpiangere chi l'ha preceduto; per il resto ne è solo la copia presentabile. 

Cosa sperano da lui i centristi di un centro che non c'è? La maggioranza degli italiani ne fa volentieri a meno. Si rassegnino e vengano seriamente a proporre un progetto per l'Italia più originale e calato nella realtà. 




Aspettando Godotdi Samuel Beckett

24 novembre 2012

Ultimo atto: la disfatta

Alle scialuppe! Si salvi chi può! 

Come fa Alfano a cacciare gli indagati dalle primarie e considerarsi ancora erede e delfino di Berlusconi? 

Hanno ragione le Santanché, gli Sgarbi, i Proto, i Samorì quando affermano che quell'uscita è proprio contro Berlusconi. 
Come farebbe, infatti, il cavaliere, nell'ipotesi che volesse partecipare alle primarie di Alfano, con le pendenze giudiziarie che ha sulle spalle? Per di più già condannato? 


Alla fine rimarranno in corsa solo lui, la Meloni e Cattaneo, il giovane sindaco di Pavia. Mentre i piccoli dinosauri si accaseranno nella formazione del Caimano che rientra in campo con la sua nuova cosa. 

La telenovela non finisce qui! 



14 novembre 2012

ALFANONRIDENS tra Caimani e Dinosauri

Lui contrae la mascella, tira fuori gli occhioni dalle orbite, mostra il labbrone volitivo squadernando l'improbabile traguardare una fase nuova, nel tentativo di accreditarsi quel Quid che il padre-padrone gli nega.  

Certo, non è facile emanciparsi da un padre che ha sempre servito e riverito, fino a partorire il lodo, e ottenere quei riconoscimenti che gli servono per sostituirlo. Lui è stato figlio devoto fino a quando il tiranno era sul trono, ne ha accettato l'investitura, ha sopportato le gelosie dei fratelli, gli è stato al fianco in tutte le sue capricciose giravolte. Ora vorrebbe ereditarne titolo e regno non come dono grazioso elargito per volontà divina ma attraverso una volgare investitura popolare. Questo è troppo, non si può, non è contemplato nella tradizione delle monarchie che si rispettano. 

Così il vecchio e confuso padre-padrone va alla forsennata ricerca di un erede col Quid e lo intravede in un tal Gianpiero Samorì, (totalmente sconosciuto ai più ma non al Caimano e alla sua corte ristretta controllata dal maggiordomo Dell'Utri), e sembra volerlo indicare come suo dinosauro. Il Caimano, dunque, appare disposto a farsi uccidere (metaforicamente) da un Dinosauro ammenoché - come vaticina Libero - non voglia incarnarsi lui stesso nel Dinosauro. 

Al povero segretario Alfano, a questo punto, non rimane altro da fare che indossare i panni di Bruto e andare à la guerre comme à la guerre con gli altri congiurati, nella speranza che possa bastargli. 

Alfano: Traguardare una fase nuova


Berlusconi: Un dinosauro dal cappello


Le ricette di Gianpiero Samorì

11 luglio 2012

Per Giovanni ed Emanuela

Il sole non spunterà più per loro, 
non faranno più progetti per il futuro 
né per il dolce frutto dell'amore 
che avevano concepito. 
Uno schianto improvviso, fatale, 
ha dilaniato i loro corpi, 
fermato per sempre il loro respiro 
nell'ultimo abbraccio straziante, 
fra le lamiere contorte, 
lungo la Fondovalle Palermo - Sciacca 
che percorrevano nell'ora più calda 
di un luglio infuocato. 

Io non li conoscevo di persona 
ma la loro sventura mi ha turbato 
come ha sconvolto quanti li conoscevano e stimavano. 
Penso allo strazio dei genitori e familiari 
e a quanto sarà difficile per loro trovare conforto. 



Non si può morire a trent'anni, 
ad un anno dalle nozze, 
assieme ad una creatura 
che chiude gli occhi alla vita 
ancor prima di vedere la luce. 

Non è giusto! Non è umano! 



Neanche a credere che Dio 
non turba mai la gioia dei suoi figli, 
se non per prepararne loro una più certa e più grande. 

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